Visualizzazione post con etichetta (r)esistenze. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta (r)esistenze. Mostra tutti i post

27 marzo 2012

Dopo lunghe lotte sindacali


Memoria storica su un pacchetto di Antico Toscano, edizione speciale per il 150° anniversario dell'unità d'Italia.

14 febbraio 2012

ma chissà se è vero il trambusto che si sente / quando un paese intero applaude con lo sfollagente


I LunaPop (aggiornati con synth/basso/batteria elettronica) che incontrano gli Offlaga Disco Pax. Beat pesante, ritmi danzerecci e liriche folgoranti come il distico che dà il titolo al post.
Se poi aggiungete il nome del gruppo (Lo Stato Sociale) e il titolo del disco (Turisti della democrazia), l'applauso è di rigore per questi giovani bolognesi.
Il pezzo d'apertura - Abbiamo vinto la guerra - è un vero tormentone che da un po' di giorni non riesco a levarmi dalla testa (mi fa impazzire soprattutto il passaggio sol - la - si / si - sol - la, che ricorda «But in the space between the heaven / And in the corner of some foreign field», in The Gunner's Dream dei Pink Floyd).

17 ottobre 2011

17 ottobre 1961

La folla defluì compatta verso il Rex, dove avvenne l'urto. I manganelli si abbatterono sulle teste nude, mal protette da braccia e mani. Un poliziotto prese una donna a schiaffi e calci, gettandola per terra. Un altro colpiva con tutte le sue forze l’addome di un ragazzo con il suo bastone d’ordinanza, fino a rompere il legno in due. Continuò a colpire servendosi del troncone più sbreccato. La sua vittima tendeva le mani per proteggersi, cercando di afferrare il manico di legno, ma ormai le sue dita spezzate non rispondevano più agli ordini. Una serie di detonazioni si udirono davanti alla piscina Neptune, dove stazionava un furgoncino. Dall’interno, tre agenti miravano con cura in direzione dei fuggitivi, colpendo ogni bersaglio. Un Ariane rossa e crema parcheggiata a meno di venti metri, dietro la quale dei musulmani tentavano di ripararsi, era crivellata di colpi. La gente correva urlando in tutte le direzioni. In preda al panico, inciampavano nei corpi caduti davanti alle verande dei caffè, in mezzo ai tavolini rovesciati, tra i bicchieri rotti, i vestiti coperti di sangue.
(Didier Daeninckx, Meurtres pour mémoire, Gallimard, p. 31) 

Il 17 ottobre 1961, il Fronte di Liberazione Nazionale algerino indice a Parigi una manifestazione per protestare contro il coprifuoco imposto ai nordafricani. La manifestazione pacifica viene repressa brutalmente dai reparti antisommossa della polizia e della gendarmeria che aprono il fuoco davanti ai manifestanti inermi, lasciando sul terreno decine di morti. Le forze dell’ordine arrestano circa 10.000 persone, deportandole in autobus requisiti alla RATP al Palais des Sports a Porte de Versailles e allo Stadio De Coubertin, nel XVI arrondissement. I due stadi saranno per tre giorni teatro di una macelleria messicana. Il prefetto di polizia di Parigi di allora aveva preparato personalmente i suoi uomini, assolvendoli in anticipo per gli abusi che avrebbero commesso. Il suo nome era Maurice Papon, lo stesso che nel 1942, a Bordeaux, firmava come segretario generale della prefettura della Gironda le autorizzazioni per la partenza dei treni degli ebrei verso Auschwitz.

Un collettivo di giovani registi ha realizzato un interessante e ricco webdocumentario sul soggetto, con la partecipazione - tra gli altri - di Jean Pierre Darroussin, Ariane Ascaride e Simon Abkarian (il Tony Le Dingue che abbiamo molto amato in Les Beaux Mecs).

5 maggio 2011

Ciao Davide

Hai voluto vedere Parigi prima di andartene. Abbiamo curiosato per ore nella libreria dell'Institut du Monde Arabe, siamo andati in pellegrinaggio da Shakespeare&Co. Al Baron Rouge, davanti alle ostriche bretoni ci hai parlato di quelle australiane, pare altrettanto buone, e dei ristoranti di pesce di Sydney. Su una panchina della Square Saint Jacques, sotto la torre, in un ottobre stranamente caldo, ci raccontavi la tua vita laggiù, di belloeonestoemigratoeccetera.
A Saint-Paul ti abbiamo lasciato davanti alla fermata del métro, che andavi a prendere l'aereo per tornare in Italia. Ci hai detto: «mi piacerebbe tornare a Parigi, prima di rientrare in Australia». 
E invece.
Ci piace ricordarti così, con una delle tante cose belle che hai fatto.



17 marzo 2011

Happy St. Patrick!

Festeggiamo il Giorno di San Patrizio con Take Em Down, canzone dei Dropkick Murphys dedicata alle proteste sindacali che da più di un mese stanno bloccando il Wisconsin, dove i sindacati hanno occupato il parlamento e i deputati democratici si rifiutano di avallare i tagli draconiani ai dipendenti pubblici e la fine della contrattazione collettiva proposti dal governatore Scott Walker (qui un articolo di Marco d'Eramo e un servizio di skytg24 per chi si fosse perso la cosa).

---

When the boss comes callin' they'll put us down 
When the boss comes callin' gotta stand your ground 
When the boss comes callin' don't believe their lies 
When the boss comes callin' his take his toll 
When the boss comes callin' don't you sell your soul 
When the boss comes callin' we gotta organize 

Let em know - We gotta take the bastards down 
Let em know - We gotta smash them to the ground 
Let em know - We gotta take the bastards down 

When the boss comes callin' you'll be on your own 
When the boss comes callin' will you stand alone? 
When the boss comes callin' will you let them in? 
When the boss comes callin' will you stand and fight? 
When the boss comes callin' we must unite 
When the boss comes callin' we can't let them win 

22 febbraio 2011

Tunisia, Egitto: quando il vento dell’est spazza l’arroganza dell’Occidente
Intervento di Alain Badiou su Le Monde

Il vento dell’est vince sul vento dell’ovest.
Fino a quando l’Occidente pigro e crepuscolare, la «comunità internazionale» di quelli che si credono ancora i padroni del mondo, continuerà a dare lezioni di buona gestione e buona condotta alla terra intera?
Non è ridicolo vedere certi intellettuali di servizio, soldati in rotta di un capital-parlamentarismo che ci fa da paradiso cencioso, fare dono della loro persona al magnifico popolo tunisino e a quello egiziano, per insegnare a questi popoli selvaggi l’abc della «democrazia»? Che penosa ostinazione dell’arroganza coloniale! Nella nostra situazione di miseria politica che dura da tre decenni, non è evidente che siamo noi ad avere tutto da imparare dalle attuali rivolte popolari? Non dobbiamo forse studiare da molto vicino e urgentemente tutto ciò che laggiù ha reso possibile il rovesciamento, attraverso l’azione collettiva, di governi oligarchici, corrotti e per di più – e forse è la cosa più importante – in posizione di vassallaggio umiliante rispetto agli Stati occidentali?

Sì, noi dobbiamo essere gli allievi di questi movimenti, e non i loro stupidi professori. Perché essi fanno rivivere, con il genio che è proprio delle loro invenzioni, alcuni principi politici dell’obsolescenza dei quali, da molto tempo, cercano di convincerci. Soprattutto quel principio che Marat non smetteva mai di ricordare: quando si tratta di libertà, di uguaglianza, di emancipazione, noi dobbiamo tutto alle rivolte popolari.

Ribellarsi è giusto.
I nostri Stati e coloro i quali ne traggono profitto (partiti, sindacati e intellettuali servili) preferiscono la gestione alla politica, la rivendicazione alla rivolta, la «transizione ordinata» a qualsiasi rottura. Quello che il popolo egiziano e tunisino ci ricordano è che l’unica azione che sia all’altezza di un sentimento condiviso rispetto all’occupazione scandalosa del potere di Stato è la sollevazione in massa. E che, in questo caso, l’unica parola d’ordine che possa federare le componenti diverse della folla è: «tu che stai lì, vattene!». L’importanza eccezionale della rivolta, la sua potenza critica, sta nella parola d’ordine ripetuta da milioni di persone che dà la misura di quella che sarà, indubbia e irreversibile, la prima vittoria: la fuga dell’uomo designato. E qualsiasi cosa accada dopo, questo trionfo, illegale per natura, dell’azione popolare sarà stato per sempre vittorioso. Ma il fatto che una rivolta contro il potere statale possa essere assolutamente vittoriosa è un insegnamento di portata universale. Questa vittoria indica sempre l’orizzonte sul quale si staglia qualsiasi azione collettiva sottratta all’autorità della legge, quell’orizzonte che Marx ha chiamato «l’estinzione dello Stato».

Ciò vuol dire che un giorno, liberamente associati nello sviluppo della loro potenza creatrice, i popoli potranno fare a meno della funebre coercizione statale. È proprio per questo, proprio per questa idea ultima, che una rivolta che abbatte un’autorità stabilita genera, nel mondo intero, un entusiasmo senza limiti.

Gigi Ibrahim

Una scintilla può dar fuoco a tutta la prateria.
Tutto inizia con un uomo ridotto alla disoccupazione che si dà fuoco perché si vuole vietare il misero commercio che gli permette di sopravvivere; un uomo schiaffeggiato da una poliziotta perché capisca la realtà di questo triste mondo. Questo gesto si diffonde in pochi giorni, poche settimane, fino a raggiungere milioni di persone che gridano la loro gioia su una piazza lontana, fino a provocare la partenza in fretta e furia di potenti tiranni. Che cos’è questa favolosa espansione? La propagazione di un’epidemia di libertà? No. Come dice poeticamente Jean-Marie Gleize, «un movimento rivoluzionario non si diffonde per contagio ma per risonanza. Qualcosa che accade qui risuona con l’onda d’urto emessa da qualcosa che è accaduto laggiù». Questa risonanza la chiameremo «evento». L’evento non è la creazione improvvisa di una nuova realtà, ma la nascita di una miriade di nuove possibilità. Nessuna di loro ripete ciò che già conosciamo. Per questo è oscurantista sostenere che «questo movimento chiede la democrazia (sottintendendo «quella di cui noi godiamo in Occidente») oppure che «questo movimento chiede un miglioramento sociale» (sottintendendo «la prosperità media del nostro piccolo-borghese»). Partita dal nulla, risonante dappertutto, la sollevazione popolare crea possibilità sconosciute per il mondo intero. La parola «democrazia» non è nemmeno pronunciata in Egitto. Si parla di «nuovo Egitto», di «vero popolo egiziano», di assemblea costituente, di un cambiamento assoluto di esistenza, di possibilità inaudite e precedentemente sconosciute. Si tratta della nuova prateria che sostituirà quella che la scintilla della rivolta ha finalmente incendiato. Questa prateria futura si situa tra la dichiarazione di un rovesciamento delle forze e quella del farsi carico di compiti nuovi. Tra le parole di un giovane tunisino: «Noi, figli di operai e contadini, siamo più forti dei criminali» e quelle di un giovane egiziano: «A partire da oggi, 25 gennaio, io prendo in mano gli affari del mio paese».

Il popolo, soltanto il popolo, è il creatore della storia universale.
È stupefacente che nel nostro Occidente i governi e i media considerino i rivoltosi di una piazza del Cairo «il popolo egiziano». Ma come? Il popolo, l’unico popolo ragionevole e legale per queste persone non è di solito ridotto alla maggioranza di un sondaggio o a quella di un’elezione? Com’è possibile che improvvisamente, centinaia di migliaia di rivoltosi siano rappresentativi di un popolo di 80 milioni di persone? È una lezione da non dimenticare, e che noi non dimenticheremo.

Superata una certa soglia di determinazione, di ostinazione e coraggio, il popolo può effettivamente concentrare la sua esistenza su una piazza, in una via, in una fabbrica, in un’università. Il mondo intero sarà testimone di questo coraggio e delle incredibili creazioni che l’accompagnano e queste creazioni saranno la prova che un popolo esiste. Come ha detto con forza un manifestante egiziano: «prima io guardavo la tv, ora è la tv che mi guarda».

Risolvere problemi senza l’aiuto dello stato.
Sullo slancio di un evento, il popolo trova coloro i quali sanno risolvere i problemi che l’evento pone, come l’occupazione di una piazza: il cibo, il necessario per dormire, le guardie, gli striscioni, le preghiere, i combattimenti difensivi, perché il luogo dove accade tutto, il luogo-simbolo, sia mantenuto dal suo popolo, ad ogni costo. Problemi che sembravano insolubili – e a maggior ragione visto che su quella piazza lo Stato è scomparso – per le centinaia di migliaia di persone venute da tutto il paese. Risolvere senza l’aiuto dello stato dei problemi insolubili, è questo il destino di un evento. È questo ciò che fa che un popolo, improvvisamente e per un tempo indeterminato, esista nel luogo dove ha deciso di riunirsi.

Senza il movimento comunista, nessun comunismo.
La sollevazione popolare di cui parliamo è chiaramente senza partito, senza organizzazione egemonica, senza dirigenti riconosciuti. Avremo tempo di misurare se questa caratteristica sia una forza o una debolezza. In ogni caso, è proprio ciò che conferisce a questa rivolta tutti i tratti di quello che si può chiamare un comunismo di movimento sotto una forma molto pura, forse la più pura dopo la Comune di Parigi. «Comunismo» vuol dire qui: creazione comune di un destino collettivo. Questo «comune» possiede due aspetti particolari. Innanzitutto esso è generico e rappresenta, in un luogo, l’umanità intera. In questo luogo si trovano ogni sorta di persone che compongono un popolo, ogni parola è ascoltata, ogni proposta esaminata, ogni difficoltà trattata. In secondo luogo, questo «comune» supera tutte le grandi contraddizioni che lo Stato pretende gestire da solo senza mai riuscire a superarle: tra intellettuale e manuale, tra uomo e donna, tra povero e ricco, tra musulmano e copto, tra provinciale e cittadino…

A muslim cleric holding Quran and a cross in #Tahrir square.
Riguardo queste contraddizioni, migliaia di nuove possibilità sorgono ad ogni istante, possibilità di fronte alle quali lo Stato – qualunque Stato – è totalmente cieco. Si vedono giovani donne medico, venute dalla provincia a curare i feriti, dormire in mezzo a un gruppo di ragazzi, più tranquille che mai perché sanno che nessuno torcerà loro un capello. Si vede un’organizzazione di ingegneri parlare con i giovani delle periferie per supplicarli di tenere la piazza, di proteggere il movimento con la loro forza. Si vedono schiere di cristiani che montano la guardia vegliare in piedi sui musulmani inginocchiati in preghiera. Si vedono commercianti dar da mangiare ai disoccupati e ai poveri. Ognuno parla ai suoi vicini sconosciuti. Si leggono mille striscioni nei quali la vita di ognuno si mescola senza soluzione di continuità alla grande Storia di tutti. L’insieme di queste situazioni, di queste invenzioni, costituisce il comunismo di movimento. Sono due secoli che l’unico problema politico è: «come far durare nel tempo le invenzioni del comunismo di movimento?». E l’unica risposta reazionaria rimane sempre: «ciò è impossibile o addirittura nocivo. Bisogna affidarsi allo Stato». Gloria al popolo tunisino ed egiziano che ci ricordano il vero e unico dovere politico: di fronte allo Stato, la fedeltà organizzata al comunismo di movimento.

Noi non vogliamo la guerra, ma non ne abbiamo paura.
Si è parlato ovunque della calma pacifica di manifestazioni gigantesche e si è collegata questa calma all’ideale di democrazia elettiva che si attribuiva al movimento. Constatiamo tuttavia che ci sono stati centinaia di morti e che ce ne sono ancora ogni giorno. In molti casi, questi morti sono stati combattenti e martiri dell’esordio del movimento, poi della protezione del movimento stesso. I luoghi politici e simbolici della rivolta hanno dovuto essere presidiati contro i miliziani e le polizie dei regimi minacciati. E chi ha pagato di persona se non i giovani delle classi più povere? Che le «classi medie» – delle quali, la nostra insperata Michèle Alliot-Marie [1] ha detto che il compimento democratico degli eventi in corso dipendeva da loro e da loro soltanto – tengano a mente che nel momento cruciale, la durata dell’insurrezione è stata garantita soltanto dall’impegno incondizionato dei reparti popolari. La violenza difensiva è inevitabile. E continua del resto in Tunisia, in condizioni difficili, dopo che i giovani attivisti della provincia sono stati rispediti alla loro miseria.

Possiamo seriamente pensare che il fine ultimo di queste innumerevoli iniziative e di questi dolorosi sacrifici sia portare le persone a «scegliere» tra Souleiman e El Baradei, come qui da noi ci siamo miseramente rassegnati a scegliere tra Sarkozy e Strauss-Kahn? Sarebbe questa l’unica lezione di questo splendido episodio?

No, mille volte no! Il popolo tunisino e quello egiziano ci dicono: ribellarsi, costruire il luogo pubblico del comunismo di movimento, difenderlo con tutti i mezzi e inventare le tappe successive dell’azione, è questa la realtà di una politica di emancipazione popolare. Non sono solo gli Stati dei paesi arabi ad essere antipopolari e, in fondo, elezioni o meno, illegittimi. Quale che sarà il futuro, le rivolte tunisine ed egiziane hanno una portata universale e prescrivono nuove possibilità il cui valore è internazionale.

Alain Badiou, LeMonde.fr | 18.02.11

(Alain Badiou è filosofo e insegna all’Ecole Normale Supérieure)

[1] Ministro degli Affari Esteri francese che ha collezionato una sfilza di “gaffes” sulla rivoluzione tunisina ed è attualmente sotto accusa per aver avuto rapporti molto stretti con il clan Ben Ali.

18 febbraio 2011

Rivolte nel mondo arabo. La nostra arroganza colonialista

Le interpretazioni francesi delle rivolte popolari nel mondo arabo sono buoni indicatori di come noi percepiamo questo stesso mondo. Mentre l’Europa si avvita sul suo pessimismo, lamentandosi della sua crisi, popoli sottomessi al giogo di tiranni rialzano la testa e si battono per la libertà.
Un’occasione per dare un po’ di coraggio, scuotere la nostra apatia e impegnarci nella lotta per una società più giusta e meno «aristocratica».

Un inatteso «choc delle civiltà»
Intorpidita dal benessere e alienata dallo spettro della disoccupazione, la Francia della Rivoluzione francese osserva forse la rivoluzione nei paesi arabi con invidia, mentre la sua élite politica e alcuni dei suoi intellettuali temono questi sconvolgimenti e li commentano seguendo griglie di lettura di altri tempi, ereditate dal colonialismo. Si chiedono come mai gli antichi colonizzati sono capaci di ribellarsi, questi «ritardati della civiltà», questi «islamici-terroristi» obnubilati dalla loro religione «retrograda». Le donne che in occidente volevamo liberare levando loro il velo, stanno portando avanti la rivolta – con o senza velo –, a fianco degli uomini, su un piano di uguaglianza, laggiù nelle pubbliche piazze.

Per di più, questi «emarginati» della modernità hanno fatto la loro rivoluzione attraverso i mezzi tecnologici più sofisticati, mentre noi li utilizziamo la maggior parte del tempo per dire al mondo che stiamo facendo una passeggiata o che stiamo festeggiando un compleanno… È proprio questo il vero senso dello «choc delle civiltà»[1], il nostro rincorrere i grandi entusiasmi, le grandi cause suscettibili di cambiare la nostra società. Prigionieri del nostro conservatorismo, siamo costretti a confrontarci con un’esplosione positiva che si è data come obiettivo la destituzione dei tiranni e degli sfruttatori immorali e disonesti.

L’islam come griglia di lettura
Noi abbiamo letto gli eventi attraverso la lente d’ingrandimento dell’islamismo, nemico della modernità e dell’Occidente. Certo queste tendenze esistono all’interno dell’islam e non sono estranee al mondo arabo, il quale è tuttavia multiforme e irriducibile allo schema che noi imponiamo sia all’islam in Occidente che all’islam nel mondo arabo. L’Iran è diventato il centro di ogni nostra riflessione che viene applicata a tutto ciò che si muove nel Mediterraneo musulmano.

In pratica, noi abbiamo trattato questi paesi in ebollizione con l’arroganza ereditata dal colonialismo, dimenticando persino che questi stessi popoli si erano già rivoltati contro lo stesso colonialismo e avevano ottenuto l’indipendenza a prezzo di grandi lotte. Non è la prima volta che prendono il proprio destino in mano come dei veri adulti, non come bambini. La diplomazia preferisce la stabilità all’ignoto. Tuttavia è nell’ignoto che risiede l’avvenire di queste società che aspirano ai diritti universali, non soltanto prerogativa dell’Illuminismo ma bene comune dell’umanità.

Lo spauracchio degli islamisti non basta più a farli arretrare. E se i movimenti di obbedienza islamica si posizionano sullo scacchiere politico e arrivano al potere attraverso un processo democratico, l’Occidente non potrà intervenire per fermarli. La Turchia è governata da una specie di «democrazia musulmana» e nonostante ciò il paese conosce una crescita economica da far impallidire l’Europa, senza perdere il suo dinamismo, la sua creatività e la sua inventiva. Qualcuno potrebbe sostenere che l’emergenza di una «democrazia cristiana» in Europa sarebbe anch’essa un assalto contro le libertà, mentre le destre estreme razziste, islamofobe e populiste insidiano il potere? Ovviamente no. Ma come riuscire a spiegarlo?

Islam, Israele e rivolte in territorio arabo.
Le Point del 3 febbraio e L’Express del 9 rispondono attraverso la loro copertina. Da un lato, una donna velata musulmana, con il titolo «Lo spettro islamico». Dall’altro, una giovane soldatessa israeliana in procinto di indossare il suo elmetto con il titolo «Israele di fronte al risveglio arabo».
La simbologia è chiara: da una parte l’islam retrogrado, dall’altra Israele, moderno e alleato dell’Occidente. Il paragone, non fortuito, ossessiona le menti di molti intellettuali dall’ideologia acrobatica. Secondo il loro avviso (e quello di alcuni «esperti», la maggior parte dei quali conoscono pochissimo la regione), le rivolte nel mondo arabo sfoceranno necessariamente nell’islamismo, cosa che metterebbe in pericolo Israele. Iran, Hamas, Hezbollah, Tunisia, Egitto, sono la stessa cosa. Se l’Olanda non è uguale alla Francia, perché l’Egitto deve assomigliare all’Iran e la Tunisia al Libano?

Alle prossime elezioni, in mancanza di reali programmi politici, qualche partito agiterà il drappo verde dell’islam. Ma sì: perché perdere tempo a sostenere ciò che accade in questo Mediterraneo che ci è così vicino e che, democratizzandosi, si avvicinerà ancor di più ai paesi occidentali per ricostruire in un vero mare nostrum, un insieme di partner democratici e non corrotti?

L’altra paura è che gli islamici al potere mettano Israele in pericolo. Ma si pensa davvero che da un giorno all’altro questi paesi cesseranno le loro relazioni con Israele? Che Israele è solo, fragile e senza difese nella regione? Che l’equilibrio geopolitico verrebbe sconvolto da un giorno all’altro da una democrazia che rimpiazza una tirannide? E che saranno sicuramente (inevitabile fatalismo) gli islamisti, come in Iran, a prendere il potere? Eccoci ancora una volta nelle maglie della rete dove si aggrovigliano islamismo, conflitto israelo-palestinese, eredità coloniale, rifiuto dell’islam e arroganza occidentale.

Le visite pagate dal principe arabo
Anche le visite a spese di questi principi corrotti, effettuate dal nostro Primo ministro e dal nostro ministro degli Affari esteri, ricordano altri tempi, quando ci si andava a servire «laggiù», in cambio del sostegno quantomeno «morale» di despoti locali o regionali poco raccomandabili. Lo stesso ambasciatore francese in Tunisia si è rivelato incapace di guardare con obiettività alla rivolta che si svolgeva sotto le sue finestre, accecato dalla sua visione delle cose: la stabilità (desiderata) del regime di Ben Ali. La stabilità e i dirigenti con i quali sappiamo parlare così bene, sono decisamente più importanti per la nostra élite politica della libertà dei popoli arabi, della quale non sanno che farsene.

A quando una rivoluzione della nostra mentalità per riuscire a vedere al di là del nostro naso e progredire? Sì, abbiamo proprio bisogno di uno «choc» per scuoterci profondamente e risvegliare le nostre società addormentate.

Esther Benbassa insegna Storia dell'Ebraismo moderno all'EPHE ed è Direttrice del «Centre Alberto-Benveniste d’études sépharades et d’histoire socioculturelle des Juifs». L'originale dell'articolo è qui: http://www.rue89.com/passage-benbassa/2011/02/11/revoltes-dans-le-monde-arabe-notre-arrogance-colonialiste-189970

[1] Il riferimento è alla teoria dello «scontro delle civiltà» di Huntington. Il testo gioca sul doppio senso di «choc» in francese («scontro» e «scossa»).

13 gennaio 2011

Sognare è urgente


La rivolta del popolo tunisino è arrivata ad un punto di non ritorno. Le manifestazioni sono quotidiane, in tutto il paese, come si può vedere in questo video a Kairouan, dove la piazza riesce a stento a contenere le persone. A Zaghouane, Mahdia, Monastir, il popolo è sceso in piazza a reclamare la fine della dittatura. Le manifestazioni hanno già raggiunto Djerba e i sobborghi di Tunisi. Il presidente Ben Ali, secondo alcune informazioni, avrebbe già "esfiltrato" le figlie e i rispettivi mariti a Montréal. Su Facebook e su Twitter, in questo momento sta girando la voce che lui stesso potrebbe lasciare il paese in serata.
Oscurata dai media tradizionali, la rivolta si riproduce, frammentata, nelle reti sociali (facebook, twitter, Youtube). La rivoluzione non passerà in TV, ma sarà filmata e messa su YouTube.
L'esercito, in qualche caso, si è schierato a fianco dei manifestanti, ma la polizia continua ad essere fedele al presidente e spara con proiettili veri sulla folla: i morti sono ormai più di cinquanta. Tra le vittime, un professore e ricercatore franco-tunisino, Hatem Bettahar, che insegnava all'Università di Compiègne. 

Di fronte ad una rivolta di tale dimensioni, il silenzio francese ed europeo è più che assordante. L'Europa -  governanti e intellettuali, politici e giornalisti/moralisti - si volta dall'altra parte, comprensibilmente imbarazzata del comportamento di uno dei suoi più brillanti cani da guardia contro «il pericolo islamista» e «l'invasione dei barbari» nel nostro ricco occidente. Pronta a difendere i diritti umani in Iran, in Venezuela e altrove (perfettamente in linea con la politica degli stati canaglia di George W. Bush che non sembra essere cambiata di un millimetro), la patria dell'illuminismo, la culla della civiltà dalle radici giudaico-cristiane, fa finta di non vedere che una cricca mafiosa regna da vent'anni sull'altra sponda del mediterraneo (qui un dossier sugli intrecci tra potere politico e potere economico), cricca il cui capo dà l'ordine di sparare impunemente sul proprio popolo.
«Al di là del saccheggio organizzato, della corruzione massiccia, dell’appropriazione mafiosa dei beni pubblici e della confisca di beni e proprietà private, il problema sono le scelte economiche orientate verso uno scatenato liberalismo capitalista, preoccupato quasi esclusivamente di soddisfare in modo servile la domanda europea (più dell’80% degli scambi commerciali della Tunisia sono con l’UE), fino a fare della Tunisia, sul piano turistico, una sorta di dépendance delle “case di riposo” europee, incomparabilmente più economiche e soleggiate.»
(Sidi-Bouzid – Tunisia: elogio di una rivolta già tradita o del diritto-dovere di resistere all'oppressione...e al tradimento, lungo ma interessantissimo testo di analisi e proposta politica e filosofica).
Il popolo tunisino, mentre continua a morire per strada, sta dando una lezione di civiltà, di democrazia, di dignità a tutti gli europei. Dagli interventi di studenti, giornalisti, membri della cosiddetta "società civile" pubblicati sul portale nawaat.org, emerge un'impressionante lucidità di analisi, una volontà insopprimibile di libertà, una capacità di organizzare la lotta e la protesta, una precisione sugli obiettivi da raggiungere.
«La Tunisia, la corruzione, le tangenti… abbiamo solo voglia di andarcene, a studiare in Francia, in Canada… Vogliamo abbandonare tutto. Siamo vigliacchi, e lo accettiamo. Lasciamo loro il paese. Andiamo in Francia, dimentichiamo un po’ la Tunisia. Torniamo per le vacanze. La Tunisia? Sono le spiaggie di Sousse e Hammamet, i locali notturni e i ristoranti. Questa è la tunisia, un gigante club med. E poi, Wikileaks rivela clamorosamente ciò che tutti mormoravano. E poi, un giovane si dà fuoco. E poi, 20 tunisini sono assassinati in un giorno. E per la prima volta, vediamo l’occasione di ribellarci, di vendicarci di questa famiglia reale che si è appropriata di tutto, di rovesciare l’ordine stabilito che ha accompagnato la nostra gioventù.Una gioventù educata, che non ne può più e che si appresta ad immolare tutti i simboli di questa antica Tunisia autocratica con una nuova rivoluzione, la rivoluzione del Gelsomino, quella vera.»
(Une jeunesse vécue sous l'ombre de Ben Ali)
Un popolo che è ancora capace di sognare, insomma, e di prendere in mano il proprio futuro:
«Siamo soli, isolati, in preda alla collera e all’inquietudine. Fronteggiamo un regime che si sta sbagliando di secolo e di paese.
Questa rivolta dei tunisini non può essere rivendicata da nessun partito politico, nessuna organizzazione, nessuna associazione. Nessuna figura dell’opposizione può rivendicarla o assumersene la paternità.
Questa rivolta viene dal popolo e al popolo appartiene. Questo popolo che alcuni immaginano arretrato sta dando una lezione alla sua classe politica e al mondo.
Le manipolazioni ideologiche non subentreranno ad una collera spontanea e popolare.
È compito dell’élite del nostro paese rispondere all’appello e immaginare l’avvenire. Noi dobbiamo costruire un nostro modello politico, economico, sociale e culturale. Noi dobbiamo mostrare al mondo che cos’è una democrazia araba.
È urgente sognare una Tunisia portatrice di speranza per tutti.
Due condizioni inderogabili per questo.
Bisogna riappropriarci del diritto alla parola, diritto al quale non avremmo mai dovuto rinunciare. Un diritto necessario perché scaturiscano le idee, fioriscano le intelligenze e si sposino tra loro per procreare il nostro futuro comune.
L’altra conditio sine qua non è la contrattualizzazione del rapporto tra i tunisini e le loro élites politiche: queste ultime devono essere al nostro servizio e non il contrario.

Perché i sacrifici non siano vani, è urgente sognare la Tunisia di domani.
Sogniamo.»

19 ottobre 2010

Jaques Prévert, Citroën


Sulla porta delle case chiuse
Brilla una piccola luce
Qualcosa di fievole, di discreto
Una piccola lanterna, un lumicino
Ma su Parigi addormentata
Una gran luce si diffonde
Una gran luce monta sulla torre
Una luce cruda
E' la lanterna del bordello capitalista
Con il nome del tenutario
che brilla nella notte
Citroën, Citroën!
E' il nome di un piccolo uomo
Un piccolo uomo con delle cifre in testa
Un piccolo uomo con uno sguardo strano
Dietro il suo monocolo
Un piccolo uomo che sa una sola canzone
Sempre la stessa
Utili netti
Una canzone con cifre che danzano
300 macchine, 600 macchine al giorno
Monopattini, roulottes, spedizioni, autocingolati, camion
Utili netti
Milioni, milioni, milioni, milioni
Citroën, Citroën
Anche in sogno si sente il suo nome
500, 600, 700 macchine
800 autotreni, 800 carri armati al giorno
200 carri funebri al giorno
200 carri funebri
E di corsa!
Lui sorride, continua la sua canzone
Non ascolta la voce degli uomini che fabbricano
Non ascolta la voce degli operai
Se ne fotte degli operai
Un operaio è come una gomma vecchia
Quando una si crepa, non la si sente nemmeno crepare
Citroën non ascolta, Citroën non capisce
E' duro d'orecchi quando si tratta di operai
Però al Casinò la sente bene la voce del croupier
Un milione, signor Citroën, un milione
Se vince, tanto meglio, ha vinto
Ma se perde, non è lui che perde
Sono i suoi operai
Sono sempre quelli che fabbricano
Che, in fin dei conti, sono raggirati
Ed eccolo che passeggia a Deauville
Eccolo a Cannes, che esce dal Casinò
Eccolo a Nizza che fa il bello
Sulla Promenade des Anglais, con una giacca chiara
Bel tempo, oggi! 

Eccolo che passeggia, che prende un po' d'aria
Anche a Parigi prende l'aria
Prende l'aria degli operai, prende loro l'aria, il tempo, la vita
E quando ce n'è uno che sputa i polmoni in fabbrica
I polmoni rovinati dalla sabbia e dagli acidi
Gli rifiuta una bottiglia di latte
Che cosa glie ne può fottere di una bottiglia di latte?
Non è mica lattaio lui, lui è Citroën
Ha il suo nome sulla torre
Ha colonnelli ai suoi ordini
Colonnelli scribacchini, aguzzini, spioni
I giornalisti
 mangiano dalla sua mano
Il prefetto striscia sul suo zerbino
Limoni, limoni
Utili netti, milioni, milioni
Oh, se la cifra d'affari cala
Perché gli utili non diminuiscano
Basta aumentare il ritmo e abbassare i salari
Abbassare i salari
Ma coloro che sono stati per troppo tempo
Tosati come cagnolini
Hanno ancora una mascella da lupo
Per mordere, per difendersi

Per attaccare
Per fare sciopero
Lo sciopero

Lo sciopero

Viva lo sciopero!


(Jacques Prévert, Citroën)

L'originale qui: http://laflaneuse.org/la-greve/

13 ottobre 2010

Dialogo semivero tra Nicolas Sarkozy e il suo consigliere sociale a proposito di un editoriale di un giornale di sinistra sulla riforma delle pensioni

(Il capo dello Stato francese, all'Eliseo, chiama a gran voce il nome di Raymond Soubie, «consigliere sociale» del capo dello Stato francese).

- Mi ha chiamato, Nicolas?
- Dieci volte.
- Non ho sentito: stavo rispondendo ai giornalisti.
- Appunto, Raymond: volevo sapere se è stato lei a scrivere l’editoriale di Laurent Joffrin uscito ieri su Libération.
- Io?
- Lei.
- Assolutamente no.
- Eppure, guardi: quello che c’è scritto ricorda furiosamente i suoi appunti sulla riforma delle pensioni.
- Non è una novità.
- Certo, ma fino a questo punto! Già inizia con lo scrivere che «Tutti possono capire che sono necessari dei sacrifici».
- Ho letto.
- Ma non è il fondamento delle nostre menzogne?
- Temo di sì.
- E poi, guardi ancora, scrive pure che «la maggioranza dei francesi, palesemente, giudica che non si può rimanere a questo punto e che una riforma, questa o un’altra, è necessaria».
- Fedele Joffrin!
- E qui ancora – giuro che qui mi sembra davvero lei – eccolo che fustiga «coloro i quali sperano in una radicalizzazione del movimento»!
- Aaaaahhh… i piccoli bastardi!
- E ascolti questa, Raymond: «Le dirigenze sindacali, ai vertici e nelle imprese, non possono trasformarsi in mercanti di illusioni»!
- Non l’avrei detto meglio.
- Ma appunto: non è stato scritto sotto la sua dettatura?
- Le giuro di no.
- Ma Joffrin non è di sinistra?
- Certo che sì: ma di destra.

(L’originale qui)

4 ottobre 2010

Étrangers partout, nuit blanche 2010

Se c’è un solo mondo, tutti coloro che ci vivono esistono come me, ma non sono uguali a me, sono diversi. Il mondo unico è precisamente il luogo dove esiste l’infinità delle differenze. Il mondo è trascendentalmente lo stesso proprio perché gli abitanti di questo mondo sono diversi. Se si chiede invece a coloro che vivono nel mondo di essere tutti uguali, il mondo allora si chiude e diventa – in quanto mondo – diverso da un altro mondo. Ciò prepara inevitabilmente le separazioni, i muri, i controlli, il disprezzo, i morti e, infine, la guerra.
(Alain Badiou, De quoi Sarkozy est-il le nom?, 2005)



Étrangers partout, installazione dell'artista collettivo Claire Fontaine (nota biografica qui, manifesto qui) in Rue Sainte Marthe (Paris 10e) per la Nuit Blanche 2010.

20 luglio 2010

Dirige l'orchestra il Maestro Robespierre


Qui si va in vacanza per un po'. Sarà una calda estate di matrimoni e battesimi. In attesa della classica rentrée, vi lasciamo con un doveroso omaggio all'Incorruttibile, festeggiamento un po' tardivo della presa della Bastiglia e di ogni battaglia giacobina (vera o presunta tale).

5 maggio 2010

Ricorrenze

Il posto dove fu colpito a morte è sul lungarno Gambacorti di Pisa, tra la via Toselli e la via Mazzini. Si lascia sulla sinistra, venendo dal ponte di Mezzo, il palazzo del Comune e si cammina lungo una ininterrotta serie di piccole botteghe che forse esistono da secoli e hanno mutato soltanto il genere dei loro minuti commerci. Una mescita di vino al numero 10, all’angolo di via delle Belle donne; un tappezziere al numero 13; un aggiustatore di macchine fotografiche al 14; la calzoleria “La rapida” al 16; l’agenzia Sbrana, compravendita e affitti, al 18; il circolo Enal al 19.
Alle spalle dell’isolato, via della Nunziatina, nell’intricato quartiere del sottoproletariato rosso. Di là dall’Arno, sotto i palazzi aristocratici e inaccessibili, lo scalo del carbone con la lapide che ricorda l’approdo della barca di Garibaldi ferito sull’Aspromonte.
Non lontano dal lungarno Gambacorti, tante volte citato nei rapporti dei commissari di pubblica sicurezza, nei verbali dei sostituti procuratori della Repubblica, nelle sentenze dei giudici istruttori, nelle cronache dei giornali e nelle relazioni dei periti medico-legali, splendono i gioielli dell’arte e della religione, Santa Maria della Spina, San Paolo a Ripa d’Arno e, a pochi passi, la chiesa di Santa Cristina dove, il 1° aprile 1375, santa Caterina da Siena ricevette le Sacre Stimmate, “cinque lucidissimi raggi sanguigni, usciti dal Santissimo crocifisso sull’altare e andati a ferire le mani di Caterina, i piedi, il suo castissimo e virgineo petto”.
Ma la sera del 5 maggio 1972, né la patrona d’Italia, né la presenza antica di bellezza e di arte, né i segni della storia e della cultura servirono a salvare dalla furia della polizia, tra la bottega del vinaio e quella del tappezziere, un giovane non alto, ricciuto, gli occhiali da miope, il viso serio e sofferto, vestito con una giacca marrone, un paio di pantaloni di lana nera, una camicia con le maniche lunghe dai disegni fantasia color giallo arancione. Franco Serantini, di vent’anni, sardo, anarchico, figlio di nessuno nella vita come nella morte. 
(Corrado Stajano, Il Sovversivo)

3 maggio 2010

Primo maggio 2010

Primo maggio in un circolo arci della profonda provincia toscana, che porta ancora una vecchia insegna stinta con su scritto "Casa del Popolo". Sul muro di fronte al bancone del bar, più eloquenti di un intero volume di critica sociale, si allineano tre poster: 1) supporter della squadra della provincia locale, con striscione della frazione del paese; 2) locandina di mediaset premium; 3) poster di Marco Carta pieno di scritte tondeggianti con i pallini sulle i ("ti amo", "sei bellissimo", "sei bravissimo", "katya&maisha", ecc.).