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12 agosto 2013

Il ritorno dei lapini

Cinque anni dopo, il coniglio della BnF è tornato. Anzi, stavolta sono almeno in tre.
I dubbi riguardo la loro origine e funzione rimangono gli stessi di cinque anni fa.
Il fatto che io, dopo cinque anni, sia ancora qui a fotografarli, beh...
Buone vacanze.


Il lapino culobianco



9 aprile 2013

Tre santi bastano e avanzano

- Perché io ne ho solo tre: saint Yves per la giustizia (e tu sai, se chiedi qualcosa a saint Yves e non sei perfettamente onesto e giusto lui ti fa morire all’istante, non si scherza mica, bisogna stare molto attenti), saint Christophe quando mi dimentico qualcosa (e infatti l’altra volta avevo perso il portafogli, ho pregato saint Christophe e l’ho ritrovato subito) e saint Michel. Beh, per quest’ultimo mi sembra chiaro il motivo, non c’è bisogno di aggiungere altro.
I cristiani dicono di pregare Gesù Cristo, ma te l’immagini il poverino: dev’essere davvero impegnato! E quando mai riuscirà a rispondere a tutte le richieste! No, via, Gesù non è possibile.
Io ho solo questi tre: saint Yves, saint Christophe e saint Michel. Degli altri, non voglio saperne proprio niente.
(Sull'autobus 26, dalle parti di Gambetta, 20 arrondissement)

15 febbraio 2013

Nick Cave & The Bad Seeds, «Push The Sky Away», Le Trianon, 11/02/2013

Le Trianon stracolmo di gente

La signora Cave e figli in tribuna d'onore

«Sometimes, in your life, you reach a peak and after you drop slowly down. This is my peak.» (Jack The Ripper)
Il disco, presentato integralmente e nell'ordine dei brani («oggi non si usa: oggi predomina lo shuffle»), ad un primo ascolto sembra davvero notevole. Ritorna il predicatore-visionario di alcuni pezzi parlati, come la dylaniana Higgs Boson Blues (Hannah Montana does the African Savannah / As the simulated rainy season begins / She curses the queue at the Zulus / And moves on to Amazonia / And cries with the dolphins / Mama ate the pygmy / The pygmy ate the monkey / The monkey has a gift that he is sending back to you / Look here comes the missionary / With his smallpox and flu / He's saving them savages / With his Higgs Boson Blues / I'm driving my car down to Geneva).
Grandi classici nella seconda parte del concerto (From Her to Eternity, Red Right Hand, The Ship Song, Deanna, Your Funeral... My Trial, The Mercy Seat, Stagger Lee).
A 55 anni, Nick Cave salta ancora come un indemoniato (a un certo punto è scivolato a terra, è vero, ma si è ripreso subito con la grazia di un gatto sornione) e regge ampiamente 2 ore di concerto.
Menzione speciale alla ragazzina del coro con la maglietta Bazinga!

5 febbraio 2013

Vent'anni è uno stato mentale? No, è uno Stato Sociale

Dopo il trionfale tour italiano, gli/lo/i/le Stato Sociale sono arrivati a Parigi, prima tappa di una tournée all'estero fintissima, perché il Marcovaldo era stipato di erasmus ed expat fino all'inverosimile. E io mi sono ritrovato lì davanti, a un centimetro da Lodo e compagnia, ad ascoltare il loro concerto not-much-plugged con chitarra acustica, tamburello e macchinette elettroniche che andavano a singhiozzo.

Le ho cantate tutte, ma proprio tutte, anche Seggiovia sull'oceano che non mi piace poi tanto, ma lì era come quando c'è un tuo amico con la chitarra e tu conosci i pezzi e cominci a cantare dietro e non ti fermi più. Ho fatto Na na na Na na na Na na na na. Uò oh oh oh tararà. Uò oh oh. Uò oh oh oh oh. Uò oh oh oh oh. Uò oh oh oh oh oho oho oho oho. Pà pà pà pà pà pà pà pararà pà pà pà pà pà pà per un'ora, pressato e sudato che nemmeno a un concerto dei Bad Religion, schivando i fendenti del tifoso sampdoriano venuto da Genova apposta per vederli e che spoilerava tutte le canzoni anticipando sempre il cantante di un secondo, facendomi insultare dalla ventenne lucchese che stava dietro di me perché facevo le foto e le nascondevo il suo idolo (poi l'ho fatta passare davanti e le ho consigliato pure di stare bene attenta al sampdoriano ché secondo me un po' anche lui era innamorato di Lodo).

E alla fine, ho consolato Franz che si sconsolava osservando l'età media degli avventori del locale: - Non sei vecchia. Sei diversamente giovane.

Erano anni che non mi divertivo così a un concerto.



5 dicembre 2012

Col naso negli smartphones altrui

L’elevato numero di persone presenti nelle carrozze della metropolitana durante l’ora di punta mi costringe spesso a buttare un occhio agli smartphones della gente. Sì, sono una persona molto curiosa, ma vi giuro che alcune volte non si può proprio fare a meno di spiare in questi aggeggi sempre presenti, sempre accesi, sempre più grandi e luminosi. L’altra sera, per esempio, durante la rentrée quotidiana (che inizia verso le 17.30 e dura fino alle 19 inoltrate) stavo pressato in piedi e sovrastavo una tizia con l’iPhone in bella vista. Ascoltava un pezzo di Gotye mentre chattava con qualcuno su Facebook. Poi ha aperto adopteunmec.com, un sito di incontri on-line nel quale sono le donne a scegliere e gli uomini vengono presentati su uno scaffale del supermercato, con tanto di offerte speciali, saldi, scheda prodotto, metti nel carrello e via mercificando. Un mec di nome Ferris (!) le ha inviato uno charme (una sorta di «poke che affascina», che è tutto quello a cui si può limitare l’uomo-merce sullo scaffale). Lei risponde a Ferris, evidentemente colpita dal suo charme. Per leggere la risposta avrei dovuto avvicinarmi troppo, dunque ho lasciato perdere. 

L’afflusso di gente alla stazione successiva mi spinge così indietro che finisco praticamente in braccio a un signore anziano ma vestito da giovane: jeans, scarpe similskate, magliettina colorata, borsa eastpak. L’anziano signore, che a un esame più approfondito mi ricorda in maniera inquietante Roberto Formigoni, tira fuori il suo smartphone, una roba con uno schermo enorme, e inizia a scaricare la posta da gmail. Un messaggio contiene svariate foto in allegato che il signore comincia – lentamente – a scaricare e poi apre. Nella prima, una ragazza bruna vestita in jeans e lacoste rossa sorride seduta su un muretto. Lo sfondo sembra brullo, la luce è intensa; il rapporto tra cemento, tegole e asfalto insieme ai tratti vagamente mediterranei della ragazza mi fa dire: «Beirut», ma ovviamente potrebbe essere un luogo qualsiasi tra Battipaglia e Tripoli. E lì penso subito: che tenera, la nipotina le ha inviato le foto dal Paese Lontano. Il sosia più vecchio del Presidente della Regione Lombardia non ci vede bene, nonostante lo schermo esagerato, allora prova a zoomare ma ha grosse difficoltà con i gesti di pinch e spread, ovverosia l’avvicinamento o allontanamento contemporaneo di pollice e indice sullo schermo. Per zoomare parte da troppo lontano e arriva dunque troppo presto sui bordi dello schermo. 

La foto successiva mostra la stessa ragazza, questa volta in piedi davanti al muretto, che sorride ancora in direzione dell’obiettivo. Di nuovo, il nonnetto prova a zoomare con scarsi risultati. La foto seguente è scattata più da vicino, per sua fortuna, dunque la ragazza si vede meglio: è molto bella e sorride ancora, con una mano fra i capelli. Ma l’altra foto è di nuovo presa da lontano: stavolta la nipotina ha una camicia a righe azzurrine e sta in posa davanti all’obiettivo, leggermente piegata in avanti, con le mani sulle ginocchia. Il nonnino riprova inutilmente a zoomare e io, davanti a questa straziante attesa frustrata, sono davvero a un passo dall’accorrere in suo aiuto e spiegargli come si fa. Ma una vocina improvvisa mi dice: «fatti i cazzi tuoi». Nella foto numero 5, la nipotina è seduta su una grande poltrona in vimini e indossa la stessa camicia a righe azzurrine della foto precedente, ma stavolta i due ultimi bottoni sono aperti. Le gambe sono rannicchiate sulla poltrona; jeans, calze e scarpe sono sparite. Lei sorride ancora verso l’obiettivo. Il nonno dai capelli bianchi prova inutilmente, in maniera sempre più convulsa, a zoomare. Io distolgo lo sguardo imbarazzato. E’ la mia fermata: scendo dalla carrozza, ringraziando la mia vocina interiore.

19 settembre 2012

Chris Marker, 1921-2012

L'avevano strappato, ma Monsieur Chat l'ha rifatto, in memoriam. Nel quartiere ci dev'essere un estimatore, perché a due passi, in Rue Vitruve, ho trovato questo:


Una buona scusa per riguardare il suo corto Chats Perchés.


10 luglio 2012

Un TARDIS a Parigi: l'Onigiri-ya di Madame Sugako

Una delle cose affascinanti di Parigi è la presenza di luoghi dove, inspiegabilmente, il flusso spaziotemporale smette di funzionare, il vortex si incastra: sono portali  purtroppo sempre più rari  verso altre dimensioni, che si aprono quando meno te l’aspetti, tra una boulangerie e un PMU. L’onigiri-ya di Madame Sugako è uno di questi. Passeggiando per il mercato coperto di Batignolles, un mercato coperto identico a tanti altri mercati coperti parigini, all’improvviso vieni catapultato nella periferia di Tokyo, in cucina di Madame Sugako: due piastre, una friggitrice, un bollitore per l’acqua, un cuoci riso a vapore, padelle e casseruole. L'arredamento è completato da due piccoli tavoli e due sgabelli per poter mangiare al bancone facendo due chiacchiere con la padrona di casa. 

Dieci anni fa, Madame Sugako lascia il natìo borgo selvaggio e la professione di insegnante di piano per venire a Parigi e fare quello che ha sempre amato: cucinare. «Il piano è molto bello, dice, mi piace molto. Ma l’esercizio continuo è stressante: io mi rilasso soltanto in cucina». Questa simpatica giapponese è due volte figlia d’arte, poiché la mamma, insegnante di canto, le ha trasmesso la passione per la musica ma anche quella per i fornelli. Originaria del nord del Giappone, Nonna Sugako ha imparato a cucinare dai libri di ricette (chissà a cosa assomigliano gli Artusi e i Cucchiai d’argento del Sol Levante): la cucina della figlia non ha dunque un vero e proprio carattere regionale ma ha incontestabilmente il tocco della cucina familiare. «Ed è molto sana», ripete spesso, mentre con abile maestria tutta nipponica forma nelle mani gli onigiri, questi arancini piramidali di riso ripieni di pesce, miso, lardo o verdure, legati insieme con una foglia croccante di alga nori.

Siamo arrivati verso l'una e il sushi era già finito. Scegliamo dunque un bento (8.50 €) composto da due onigiri (salmone e miso), due tempura di Kabocha, una ciotolina con dentro un buonissimo stufato di melanzane, tofu fritto e polpette di carne di maiale, un contorno di crisantemi aromatizzati al bonito.

Il tè verde, offerto à volonté, non ha per fortuna il caratteristico gusto di bava di lumaca. Il segreto, ci spiega Madame Sugako, è nella temperatura dell’acqua (non più di 80°) e nel tempo di infusione (non più di due-tre minuti). Nonna Sugako addirittura prolunga l’infusione a 10 minuti e abbassa la temperatura a 60°: così viene fuori un tè più profumato, quasi dolce. Finito il bento, un po’ per curiosità, un po’ per la modestia delle porzioni (che il mio collega dall’appetito pantagruelico ha considerato come un antipasto), abbiamo deciso di aggiungere due bocconcini di sgombro appena fritto con composta di cavolo cinese (2 €): una vera delizia.


Ho provato a farmi dare la ricetta di questa composta delicatissima ma la cuoca è rimasta sul vago. Prima ha affermato, modesta, di aver «solo fatto cuocere tanto tempo il cavolo», poi ha ammesso di averci messo dentro «un po’ di questo, un po’ di quello». Spezie, aromi, salsa di soia, salsa di ostriche e altre cose: «un po’ di questo, un po’ di quello». A fine pasto, Madame Sugako mette in un piattino un po’ di noccioline caramellate a mo’ di dessert e mentre salutiamo ci dice: «Ah, l’italiano è una lingua bellissima, la lingua più musicale del mondo! Mia madre la conosceva bene, lei cantava le canzoni in italiano». E come si dice quando si saluta? «Buongiorno» e «arrivederci».


Tornando a casa, attraversiamo un altro varco spaziotemporale, questa volta di proposito, aprendo la porta del nostro TARDIS davanti alla ben nota «Pastelaria Belem». Entriamo e lasciamo ancora una volta Parigi: gente che parla in portoghese, azulejos, profumo di pasteis

Un caffè «Delta» (onesto) e un pastel de nata per finire questo brunch domenicale: allons-y!

14 maggio 2012

Simpatie paterne

Ore 9 linea 9 del métro, dall'estremo est all'estremo ovest di Parigi. Coppia di turisti italiani con bambina di otto-dieci anni. La metro si ferma alla stazione Iéna (per gli amanti delle informazioni inutili, una delle tre stazioni del métro formate dal minor numero di lettere, insieme a Rome e Cité), che celebra la famosa battaglia avvenuta nell'omonima città della Turingia, dove Napoleone sconfisse i Prussiani nel 1806. 
Il padre dice alla figlia: «Guarda, è la tua fermata questa: la fermata della iena». La bimba fa finta di niente e si gira dall'altra parte. La madre non commenta. 
Scenderanno alla fermata successiva - Trocadero - per l'immancabile visita alla Torre Eiffel.

8 maggio 2012

Sondaggi francesi, proiezioni e sospiri di sollievo

E insomma, eravamo lì pronti alle 19 e 58 con lo champagne, in attesa delle prime stime davanti alla TV. Già da ore, tuttavia, gli exit poll pubblicati sui siti belgi e svizzeri (in Francia sono vietati) avevano reso il momento molto meno solenne ma si sa, l’exit poll è quel che è. Oppure no. Ad ogni modo, alle 20 in punto il dato atteso arriva: François Hollande è eletto nuovo presidente della Repubblica Francese con il 51,90 percento dei suffragi. Alè, via il tappo, auguri, brindisi. 

Malgrado il clima di festa, a me viene spontaneamente da obiettare. No, ma aspettate: 51 e 90. Siete proprio sicuri che questa stima non venga ribaltata? A me sembra un margine davvero esiguo. E dunque mio cugino mi spiega (per l’ennesima volta) che  sono ancora troppo italiano: siamo in Francia, già i sondaggi sono molto accurati, gli exit poll pure e figurarsi dunque le stime (proiezioni eseguite su un campione di seggi già scrutinati). E poi l’elezione è tra due candidati, il margine di errore è davvero esiguo. «Fidati. E brinda. Salute!». 

Sarà, penso io, con il mio solito scetticismo che rasenta l’ottusità. Dunque brindo, ma resto sospettoso ad ascoltare il dibattito nello studio televisivo. Un giro di pareri, da destra a sinistra. Nessuno che dica, per esempio: «Aspettiamo il risultato finale». Oppure: «Ogni commento sarebbe prematuro: senza i dati di Marsiglia è inutile qualsiasi previsione». O ancora: «Ci sono tre seggi in Corsica che devono essere ancora scrutinati». Niente. François Hollande è il nuovo presidente della Repubblica Francese. Punto. Il risultato è talmente dato per buono che mezz’ora dopo Sarkozy annuncia la sconfitta davanti ai suoi sostenitori. «Ho perso», dice, e fa un discorso peloso, molto faux-cul, augurando buon lavoro a Hollande (sotto una selva di buuuuuuuuu! da parte dei giovani sarkozisti in sala) tirando in ballo la Francia Eterna, l’Interesse Superiore, la Democrazia, il Riconoscimento dell’avversario, il Fair Play. Cioè tutto il contrario di quello che in cinque anni di Presidenza non ha mai messo in pratica. 

Nice try, direbbero gli americani: bel tentativo. Ma è troppo facile, Nicolas, uscire con stile, con questo beau geste troppo teatrale. Dopo aver governato per cinque anni nel disprezzo totale dei cittadini, dopo aver fomentato l’odio verso l’altro – verso ogni forma di altro – la paura, il razzismo, giocando col fuoco del sentimento di insicurezza, sfruttando a turno il livore paranazista degli Hortefeux, dei Guéant, dei Longuet e dei Devedjian, che hanno grufolato con la bava alla bocca nella porcilaia fascista del Fronte Nazionale, titillando i peggiori istinti dell’animo umano per le tue bieche speculazioni politiche. 

Sei stato uno dei peggiori presidenti della Francia e la Francia ti ha mandato a casa. Maldigerito già cinque anni fa, eletto controvoglia per mancanza di avversari decenti, non sarai di certo rimpianto. Non dal barista sotto casa, almeno, che aveva scritto un grande «Ouff! Il est parti!!! (se n’è andato)» sulla lavagnetta fuori dal locale. E’ uscito con i gessetti in mano, quando ha visto che Franz voleva aggiungere qualcosa. Abbiamo chiacchierato un po’, era visibilmente sollevato. Ci parlava di cinque anni di tristezza, di clima allucinante di sospetto e sfiducia reciproca. E giù ad inveire contro Nicolas Le Petit, la sua arroganza, lo sfoggio spudorato della sua ricchezza, degli amici, del clan, dei favori ai parenti. «Sotto Chirac abbiamo vissuto comunque», aggiungeva, sottolineando come il sarkozismo – per fortuna durato solo (!) cinque anni – ha rappresentato una vera e propria frattura con tutto ciò che la Francia ha conosciuto nel suo recente passato.

Oggi il sarkozismo è finito e in Francia si torna a respirare. Da fuori può sembrare solo una semplice alternanza: da qui assomiglia di più a un pericolo scampato appena in tempo.