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9 gennaio 2013

2013 - L'anno del cardo mariano


Una sera tra Natale e capodanno, sdraiato in poltrona davanti alla tv, sonnecchiavo appesantito dagli eccessi della tavola quand’ecco che da un’emittente locale salta fuori un simpatico signore che, passeggiando tra i campi con delle foglie verdi in mano, inizia a puntare un dito accusatorio.

 - Voi non sapete mangiare. In questo periodo festivo poi, non ne parliamo. Mangiate troppi grassi animali, bevete troppo alcool e così fate del male al vostro fegato. Steatosi epatica, si chiama, ovvero sindrome del fegato grasso. Il fegato si affatica anche perché sbagliate la dieta: bisognerebbe fare una colazione da re, un pranzo da principi e una cena da pezzenti, perché il fegato pure lui ha diritto di riposarsi e di dormire in pace. Voi, invece, proprio la sera spesso lo caricate con grassi animali, alcool, caffè e magari sigarette.

Il campestre ometto, che una sovrimpressione ci indica come «nutrizionista dell’Università di Firenze», non si limita tuttavia a frustarci, imponendoci un penitenziagite alimentare, ma ha anche una soluzione.

- Per gli incontinenti, per quelli che proprio non riescono a prevenire lo stato patologico con un corretto stile di vita, la natura ha tuttavia fornito un rimedio: il cardo mariano, che possiede un principio attivo toccasana per il fegato.

A questo punto, mostra soddisfatto un cespuglio di foglie verdi appuntite e blatera di qualcosa di cui ricordo solo la frase «le lacrime di Maria».

 - E dunque mangiate cardi mariani, cardoni, cardini e pure carciofi ma non buttate le foglie esterne, che lì è concentrato di più la cosa-che-fa-bene-al-fegato, ma fatene un decotto e poi mangiate anche il gambo, che pure quello fa bene che più bene non si può. Il vostro fegato vi ringrazierà. 

Il giorno dopo ho raccontato tutto ciò a un carissimo amico - il quale si intende molto bene di fegati, infatti stava apprestandosi a macellare un maiale - che mi ha detto:

- Interessante. Vuol dire che quest’anno sarà l’anno del Cardo Mariano. 

PS: A proposito di fegato, ho ricevuto in regalo l’omonima opera terza di Ico Gattai, impreziosita da dedica autografa dell’autore per la quale qui lo ringrazio indirettamente. 

Vi direi di comprarlo ma pare che sia tutto esaurito. Forse fate in tempo per la ristampa.

Un buon 2013 a voi e al vostro fegato.

10 luglio 2012

Un TARDIS a Parigi: l'Onigiri-ya di Madame Sugako

Una delle cose affascinanti di Parigi è la presenza di luoghi dove, inspiegabilmente, il flusso spaziotemporale smette di funzionare, il vortex si incastra: sono portali — purtroppo sempre più rari — verso altre dimensioni, che si aprono quando meno te l’aspetti, tra una boulangerie e un PMU. L’onigiri-ya di Madame Sugako è uno di questi. Passeggiando per il mercato coperto di Batignolles, un mercato coperto identico a tanti altri mercati coperti parigini, all’improvviso vieni catapultato nella periferia di Tokyo, in cucina di Madame Sugako: due piastre, una friggitrice, un bollitore per l’acqua, un cuoci riso a vapore, padelle e casseruole. L'arredamento è completato da due piccoli tavoli e due sgabelli per poter mangiare al bancone facendo due chiacchiere con la padrona di casa. 

Dieci anni fa, Madame Sugako lascia il natìo borgo selvaggio e la professione di insegnante di piano per venire a Parigi e fare quello che ha sempre amato: cucinare. «Il piano è molto bello, dice, mi piace molto. Ma l’esercizio continuo è stressante: io mi rilasso soltanto in cucina». Questa simpatica giapponese è due volte figlia d’arte, poiché la mamma, insegnante di canto, le ha trasmesso la passione per la musica ma anche quella per i fornelli. Originaria del nord del Giappone, Nonna Sugako ha imparato a cucinare dai libri di ricette (chissà a cosa assomigliano gli Artusi e i Cucchiai d’argento del Sol Levante): la cucina della figlia non ha dunque un vero e proprio carattere regionale ma ha incontestabilmente il tocco della cucina familiare. «Ed è molto sana», ripete spesso, mentre con abile maestria tutta nipponica forma nelle mani gli onigiri, questi arancini piramidali di riso ripieni di pesce, miso, lardo o verdure, legati insieme con una foglia croccante di alga nori.

Siamo arrivati verso l'una e il sushi era già finito. Scegliamo dunque un bento (8.50 €) composto da due onigiri (salmone e miso), due tempura di Kabocha, una ciotolina con dentro un buonissimo stufato di melanzane, tofu fritto e polpette di carne di maiale, un contorno di crisantemi aromatizzati al bonito.

Il tè verde, offerto à volonté, non ha per fortuna il caratteristico gusto di bava di lumaca. Il segreto, ci spiega Madame Sugako, è nella temperatura dell’acqua (non più di 80°) e nel tempo di infusione (non più di due-tre minuti). Nonna Sugako addirittura prolunga l’infusione a 10 minuti e abbassa la temperatura a 60°: così viene fuori un tè più profumato, quasi dolce. Finito il bento, un po’ per curiosità, un po’ per la modestia delle porzioni (che il mio collega dall’appetito pantagruelico ha considerato come un antipasto), abbiamo deciso di aggiungere due bocconcini di sgombro appena fritto con composta di cavolo cinese (2 €): una vera delizia.


Ho provato a farmi dare la ricetta di questa composta delicatissima ma la cuoca è rimasta sul vago. Prima ha affermato, modesta, di aver «solo fatto cuocere tanto tempo il cavolo», poi ha ammesso di averci messo dentro «un po’ di questo, un po’ di quello». Spezie, aromi, salsa di soia, salsa di ostriche e altre cose: «un po’ di questo, un po’ di quello». A fine pasto, Madame Sugako mette in un piattino un po’ di noccioline caramellate a mo’ di dessert e mentre salutiamo ci dice: «Ah, l’italiano è una lingua bellissima, la lingua più musicale del mondo! Mia madre la conosceva bene, lei cantava le canzoni in italiano». E come si dice quando si saluta? «Buongiorno» e «arrivederci».


Tornando a casa, attraversiamo un altro varco spaziotemporale, questa volta di proposito, aprendo la porta del nostro TARDIS davanti alla ben nota «Pastelaria Belem». Entriamo e lasciamo ancora una volta Parigi: gente che parla in portoghese, azulejos, profumo di pasteis. 

Un caffè «Delta» (onesto) e un pastel de nata per finire questo brunch domenicale: allons-y!

15 aprile 2012

Il magretto sull'ovetto (What the fock is brunch?)


Dopo un folle sabato sera passato in spericolate sfide a scopone scientifico e tressette, la colazione di domenica mattina non può che trasformarsi in un bel brunch.
Nella foto, un cestino di uova con magret de canard, che è venuto forse un po' più buono della sua versione con lo speck di un mesetto fa.

12 marzo 2012

Siamo mangiatari

Ed eccoci di ritorno da un altro lungo weekend familiare durante il quale abbiamo mangiato come non mai. Sarà l'età, sarà l'abitudine alle porzioni francesi («le francesi non ingrassano»), ma è sempre più difficile mantenere i ritmi pranzo/cena ai quali si era abituati anni addietro.

Allora basterebbe mangiare di meno, direte voi, declinare gentilmente l'invito al pasto preparato con tanto amore. Il punto è che non si può. E non soltanto per il rapporto che lega chi prepara il cibo e il commensale, ma perché proprio non si può dire di no davanti ad un'insalatina di baccalà con pomodori e cipolline, uno spezzatino di agnello con rape saltate, due pomodorini secchi, due melanzane sott'olio, una fettina di caciocavallo, un bigné alla crema, due amaretti di sassello, un cuneese al rum, un carpaccio di manzo di pozza della garfagnana, due salsiccine di cinta senese alla griglia con verdurine di stagione, una focaccia con cecina, un carpaccio di tonno all'arancia, pinoli e uvetta, un carpaccio di pesce spada al limone e pomodorini secchi, un carpaccio di baccalà ai capperi e prezzemolo, due tartine al burro con le uova di lompo, due spaghetti al ragù di cozze e vongole, qualche trancio di calamaro ripieno e piselli, una fetta di torta mimosa, un'altra focaccia con cecina, due pomodorini secchi, due melanzane sott'olio (gli esperti avranno subito riconosciuto le due cene di magro), un po' di gamberoni gratinati al forno, due polpettine di baccalà, un trancio di baccalà al pomodoro, un piattino di insalatina (per rinfrescare), e poi ancora un pezzo di caciocavallo, due o tre bigné, due fette di arrosto di maiale, un po' di trevisano al forno, un amaretto di sassello, altri due bigné, un cuneese al rum, il tutto annaffiato da svariate bottiglie di vino bianco e rosso, liquore d'arancia fatto in casa, caffé.

La verità è che siamo «mangiatari», come afferma l'esimio Peppe Cavallari nel terzo episodio del suo Popone agostano: «Le nostre mangiate, somigliano a prove cardiologiche sotto sforzo: da un momento all'altro ti può capitare 'u capustoticu, il malore improvviso, subitaneo, il fulmine a ciel sereno. Ma senza esitare si rischia, si rischia comunque la prova mortale, la prova finale. Insomma: si mangia».

22 febbraio 2012

A Bozen's weekend.


Ed eccoci di ritorno da un lungo weekend di nipotini e abbuffate gastronomiche bilingui. Nel solo bagaglio di stiva da 20+ chili c'erano, tra le altre cose, due buste enormi di pane raffermo (Semmelbrot dei Franziskaner, per la precisione, ché la baguette, ça sert à rien!) tagliato a cubetti e un chiletto di speck. I più svegli tra voi avranno già capito a cosa servono questi due ingredienti. 
Prenotatevi in tempo: non ce ne sarà per tutti.

16 dicembre 2011

Vous avez dit macaron? Arigatō!

L'altra sera avevamo due amici a cena (non per cena), pure loro italiani in esilio, del «circolo dei bloggers parigini estinti». Avendo scoperto una comune passione per la tarama & affini, avevo promesso loro un dîner a tema, con un menu composto da blinis con tarama al naturale (non colorata col pennarello), rillettes di tonno ai capperi, tartara di alghe, fegato di merluzzo affumicato e salicornes. Poi due spaghetti alla bottarga - ricetta di mamma - e per finire un po' di formaggio, ché una cena senza formaggio è una bella donna a cui manca un occhio, come diceva quel tale.

I nostri ospiti si sono guardati bene dal portare del vino e hanno optato per il dolce: una scatola di macarons. Ora, direte voi: e che sarà mai! I macarons sono overrated (e da quando Ladurée ha aperto a Milano, diciamolo, pure un po' sputtanated). Ma dimenticatevi tutto quello che sapete sui macarons. Dimenticate l'antagonismo eterno tra Pierre Hermé e Ladurée, dimenticate tutti gli articoli su «dove trovare i migliori macarons a Parigi», dimenticate le degustazioni dei giornali specializzati (nelle quali, puntualmente, arrivano ai primi posti i macarons surgelati di Picard che si fanno burla dei più grandi pasticcieri titolati).
Dimenticate tutto, perché il maestro Sadaharu Aoki ha sfornato il macaron definitivo. La pasta è croccante e morbida allo stesso tempo, la crema ha una consistenza perfetta. E i gusti: tè matcha, cassis, violetta, sesamo, earl grey (il mio preferito), rosa (che non ho mangiato per pregiudizio, ma mi assicurano eccezionale). Dal piccolo e stiloso depliant, ho anche scoperto l'esistenza di un macaron al wasabi e un altro all'umeboshi (e non vedo l'ora di assaggiarli).

I nostri ospiti hanno così vinto la cena, facendoci scoprire questo Chef pâtissier nato a Tokyo nel 1968 e trasferitosi a Parigi nel 1991. Dopo dieci anni di gavetta alla corte dei grandi, Aoki apre la sua prima pasticceria nel 2001. E pensare che siamo stati dieci anni nell'ignoranza (David Lebovitz lo citava già nel 2005 e non per i macaron: pare che la sua specialità sia la pasta sfoglia): roba da matti.

Haiku makaronu

Amo il semplice
ma è difficile:
non puoi barare.



2 novembre 2011

haivolutovedereparigi tra i meilleurs blogs de gourmets étrangers sur la France

Millefeuille d'aubergines, noires de Crimée et chèvre frais
L'hanno rifatto. Ancora una volta haivolutovedereparigi si becca un premio dalla redazione Style de lexpress.fr. Non ho la minima idea di come sia potuto succedere - e la cosa ci lascia alquanto costernati - ma ammettiamolo per un momento: secondo me a quelli della redazione stiamo simpatici, anche se non capiscono una mazza di quello che scriviamo (io sospetto alla base di questi carotaggi in rete il famoso algoritmo a muzzo, ma vabbé).
In effetti, la ricerca per tag cibo su questo blog restituisce qualche riflessione sulla gastronomia d'oltralpe, ma citarci nella stessa pagina insieme a David Lebovitz! No dico: ma stiamo scherzando?
Sarà forse un segno del destino? Un richiamo insistente a imboccare in modo deciso e definitivo la via del foodblogging? Una luce che da lontano ci indica il mondo di Csaba?
Solo il futuro potrà rispondere a queste domande. Per adesso ci teniamo stretto questo award di «blog qui fait saliver en italien».
Bon Appetit e gnégnégné à tout le monde.

12 ottobre 2011

Jean Fabry à Paris

Prima o poi sarebbe dovuto accadere. Lo spirito di Giovanni Fabbri, in arte Jean Fabry, si è posato infine sulla Ville Lumière. Quale meta più giusta per l'anima del misterioso chansonnier che divenne anni or sono la musa dei Jean Fabry?
L'inetichettabile band di Russi (RA) – che per i più attenti dei nostri 25 lettori non ha più bisogno di presentazioni – si è esibita a Parigi per ben tre giorni di seguito.
Il venerdì, nel quadro intimista del Bistrot littéraire des Cascades, nel cuore del 20ème arrondissement, i nostri hanno deliziato lo stranito pubblico con un'esibizione che aveva il sapore di un concerto a sorpresa (un surprise gig, come si dice in gergo). Tra applausi sentiti e i fischi di un albionico ubriacone, i Jean Fabry in formazione acustica volante hanno egregiamente affrontato il loro debutto parigino con un un apéro-concert. Da Gilbert Bécaud ai pappi dei pioppi (nella foto è immortalato il momento botanique del concerto), chiudendo addirittura con Stringi le viti di tanto in tanto.
Sabato sera, alla Festa del libro e delle culture italiane (Espace des Blanc Manteaux, in pieno Marais), è stata la volta della presentazione del CD dei Capra&Cavoli Ambarabàcidicocò, pregevole manufatto artistico-musicale che ha ricevuto l'ambito premio Soligatto. Dai Capra&Cavoli sono poi nati i Jean Fabry, ma questa trasformazione da Jekyll a Hyde non è che si sia notata molto, a riprova del fatto che la vena  stralunata/demenziale degli uni non è poi così distante dalle filastrocche degli altri. L'annunciata metamorfosi ha però tratto in inganno qualcuno: un gruppo di amici è arrivato verso la fine dicendo: ma come? Noi siamo venuti ora per i Jean Fabry! No, guarda, veramente sono lo stesso gruppo e hanno quasi finito...
In ogni caso siamo riusciti a trascinarli in bis e tris vari tra il francese (Le poète, Jean Fabry), l'italiano (Rotoballe, Cento, Punk Mentale) e il romagnolo (E zir de clomb).

Domenica mattina, i Capra&Cavoli con Gianni Zauli e Laurence Barthomeuf (curatori del libro) hanno animato una simpatica sessione con i bambini veri. Tra le filastrocche tradizionali (Pimpirulìn, Uno due tre, un'incredibile versione mancuniana di Sotto il Ponte di Baracca) e originali (Ti dico una cosa, l'inedito Tritone, l'ormai tormentone Il Camaleonte che ha riscosso gran successo), i bimbi italo-francesi si sono divertiti un sacco: gli occhialini di pappi, i tubofoni di Marlo e la faccia di Antonio hanno fatto il resto.
Nonostante conti molto il fattore biografico (Antonio mi ha confessato: «facciamo filastrocche perché abbiamo una bambina di sei anni; quando ne avrà sedici ci metteremo forse a fare disco-music»), credo che il ritorno all'infanzia sia un buon antidoto alla perdita di senso causata dall'attuale eccesso di informazioni.
Così non è un caso che anche l'ultimo – geniale – disco di Philippe Katerine abbondi in filastrocche strampalate, lallazioni, ecolalie.

Sono stati tre giorni intensi. Piegando due leggii e avvolgendo il cavo della pedaliera Korg di Antonio, mi sono anche guadagnato il titolo di roadie dei Jean Fabry: roba che non tutti possono vantare nel proprio curriculum. Ma credo che rimarrò nella loro memoria più per la tarama, l'hummus, il caviar d'aubergine, i felafel e il pastrami di Marianne.
E il cerchio si è chiuso, come un zir de clomb, comme un tour de pigeon.

18 luglio 2011

'U bastardùni

A Palizzi Marina (RC) c'è una pizzeria-ristorante che si chiama Zorba, ma tutti la conoscono con il nome del proprietario, Siso. Da Siso ci siamo arrivati prendendo una delle tante strade parallele che salgono su per la cresta del monte - caratteristica comune a tanti paesini di questa parte di costa calabra - seguendo una segnalazione di gente del posto, ma in verità con poca convinzione, poiché i giudizi erano tutt'altro che unanimi:
- Se volete mangiare pesce è meglio un altro ristorante, a Brancaleone: quello è un vero ristorante, il pesce lo cucina bene.
- No, andate da Siso, che il pesce lo pesca lui.
- Sì, ma bisogna vedere se ce l'ha. Se non ce l'ha vi tocca una pizza...
- Ce l'ha, ce l'ha: andate tranquilli che ce l'ha.
Davanti al ristorante ci accoglie un'insegna al neon anni '80, piuttosto imponente, con lettere quadratone verticali a formare la parola PIZZERIA. I tavoli sono disposti su una terrazza tutto sommato charmante, con vista sui tetti e, in lontananza, il mare: dalla cucina proviene un odore di fritto piuttosto intenso. Speriamo nel pesce e ci sediamo. La cameriera russa che ci riceve (scopriremo poi che è la moglie del fratello di Siso, che officia come pizzaiolo. Siso ha invece sposato un'inglese: famiglia decisamente esterofila) è gentile, e quando le chiediamo che pesce fresco c'è va un attimo in cucina a chiamare i due fratelli. A quel punto ci giochiamo il classico «ci manda tizio», che non si sa mai se funziona ma uno ci prova sempre. I fratelli paiono sorridere benevolmente e ci propongono una fritturina di alici fresche e un pesce porco (chiamato anche Balestra) al forno, pescato la mattina proprio da Siso. Accettiamo intrigati, mentre Siso ci fa una lezioncina aneddotica e simpatica su questo pesce che non abbiamo mai assaggiato. Arrivano le alici, buonissime e freschissime. Poi Siso ci propone di prendere una pepatina di cozze, poiché il pesce è ancora in forno e ci vuole un po'. Mangiando la pepata, Francesca si accorge che il limone che accompagna le cozze è un po' strano: ha il bianco esageratamente spesso e al gusto non è affatto aspro, anzi. Siso ci dice che questo limone, che viene chiamato 'u bastardùni, cresce tutto l'anno ed è tipico della zona. Visto l'apprezzamento di Francesca, ci porta un altro piattino con il limone affettato e, alla fine, anche un limone intero da portare via.


E così oggi sbuccerò finemente questo bastarduni gigante importato in terra francica e lo lascerò macerare 40 giorni nell'alcool (anche questo comprato in Italia, che qui costa tanto ed è praticamente introvabile) insieme alle bucce dei due limoni un po' verdi presi alla biocoop. Poi, acqua, zucchero, e per settembre è pronto il limoncello. Con il bianco e la polpa che restano, invece, proverò a fare quest'insalata di «limone di pane» (che è il nome con cui è conosciuto a Ischia e dintorni), anche se non ho il vino cotto.

PS: il pesce porco era delizioso. Prima di offrirci due bicchieri di bergamino, Siso è arrivato al nostro tavolo dicendo: «ah, mi ero scordato: oggi mi è rimasto attaccato al palamito uno spadino di 6-7 chili: lo volete assaggiare?». Io ero anche abbastanza pieno ma Francesca ha insistito e meno male, perché lo spadino si squagliava in bocca. Il tutto per un totale di 55 euro, con un'insalata, una bottiglia d'acqua e un litro di bianco della casa onesto (anche se un po' caldo).
Poteva francamente andarci peggio.

17 maggio 2011

Dell'andouillette
Divagazione gastronomica con epilogo politico-morale


Una delle prime specialità della gastronomia d'oltralpe che mi capitò di assaggiare fu l'andouillette, sorta di salsiccia di trippa che viene servita cotta alla brace oppure cruda e affettata. Forte della mia educazione culinaria a base di morzeddhu (che dalle mie parti prende il nome di spezzatino), frittole, jelatina e frattaglie varie, nonché grande estimatore della soppressata toscana (detta musotto in Romagna), dei ciccioli forlivesi (quelli della Salsamenteria Tomba sono già patrimonio dell'umanità, per quanto mi riguarda) e dei turcinieddi leccesi, mi lanciai senza paura alcuna su questa prelibatezza. Ma il mio entusiasmo si smorzò subito quando misi in bocca la prima fetta di salume: il sapore era francamente troppo forte, persino per me.
La lasciai nel piatto e in seguito non ebbi più il coraggio di assaggiarne ancora, neanche per levarmi il dubbio se fosse stata magari quella andouillette lì in particolare a disgustarmi (eppure era garantita «AAAAA», una specie di marchio di qualità concesso dall'Associazione Amici e Amatori dell'Andouillette Autentica).

Qualche tempo dopo, a cena con amici italiani a Parigi, mi venne sollecitato un parere sull'andouillette. Io risposi un po' evasivamente, ma aggiunsi, subdolo: «de gustibus», con l'obiettivo dissimulato di ottenere una seconda opinione, anche se indiretta, sulla pietanza. Umberto, da buon sardo amante di frattaglie, non si tirò indietro e cadde nella mia trappola [1]. L'andouillette alla brace arrivò bella fumante tra effluvi piuttosto sgradevoli e inquietanti. Ci guardammo negli occhi, un po' imbarazzati, poi Umberto inforchettò il primo pezzo di salume, lo mandò giù, e con la sua consueta franchezza esclamò: «Ma... sa di merda!».

Ecco il vero problema dell'andouillette: l'odore intenso e un certo retrogusto fecale costituiscono un ostacolo, IMHO, veramente insormontabile.

Ma la storia non finisce qui. A dicembre, durante un brevissimo viaggio a Lione, mi ricapita l'andouillette nel menu de Le Nord, una vecchia brasserie ripresa da Paul Bocuse, e stavolta mi dico: ma sì, via, proviamo; tanto più che avevo letto sulla Routard che l'andouillette di Lione, a differenza delle altre, è fatta con la trippa di vitello (ed avevo subito realizzato, come in un lampo, che le altre andouillettes sono fatte invece con trippa e interiora di porco, cosa che secondo me influisce non poco sul sapore finale).
L'andouillette de Lyon, che ho mangiato alla brace con salsa alla senape, si è infatti rivelata davvero niente male; anche se nell'aria aleggiava un odore un po' pungente, il gusto era di trippa. Piuttosto deciso, a dir la verità, ma sempre trippa era.

Édouard Herriot - tre volte Presidente del Consiglio della Terza Repubblica Francese, più volte ministro, sindaco di Lione per quasi 50 anni - soleva dire: «La politica è come l'andouillette: deve saper di merda, ma non troppo».


[1] A onor del vero, la cosa fu facilitata dal menu ridotto del ristorante e dalla dieta piuttosto stretta a cui si stava sottoponendo a causa di svariate intolleranze alimentari.

4 aprile 2011

Gesù Pottolo (salumeria blasfema)


Dopo il Piccolo Gesù in calzoni di velluto trovato - e mangiato - a Rennes, il salone Paris Fermier mi conferma questa strana familiarità linguistica tutta francese tra Gesù e il porco.

18 gennaio 2011

Haivolutovedereparigi: un blog branché!


Le statistiche del blog, ieri, segnalavano qualcosa di strano: più di 90 visitatori unici non li avevamo mai avuti, eccezion fatta per il brevissimo periodo - antico tempo glorioso - in cui ci linkava Paul The Wine Guy. Cercando il colpevole dell'anomalo traffico, spunta l'indirizzo online de L'Express. Io, che sono notoriamente distaccato dalla realtà, mi dico subito: "avranno fatto un articolo sulla manifestazione per la Tunisia a Parigi, postando qualche foto con i link".
Seeeee... ma quando mai! Cliccando il dettaglio, scopro invece, piuttosto incredulo, che siamo finiti più prosaicamente e fashionisticamente in un "florilegio di indirizzi branché", in una lista del "meglio dei blog parigini". 
Indeciso, a quel punto, se esclamare "sticazzi" o "mecojòni", leggo meglio l'articolo che ci cita, intitolato Quand les blogueurs refont Paris, e rimango un tantinello deluso, visto che di noi si dice soltanto che "ci lamentiamo delle pizze cattive a 12 euro". Secondo me Géraldine Catalano, autrice del pezzo, ci ha confuso con qualcun altro, un campione del mondo di lamentazioni sulla vita parigina, visto che non ho trovato traccia sul blog di questo commento sulle pizze (e se c'è, l'ha fatto di sicuro il campione del mondo di cui sopra!).
In ogni caso, la citazione val bene un gnégnégné, e abbiamo dunque deciso di tirarcela un poco.
Mica come qualcuno, che viene nominato blog-giurato del primo festival online del cinema francese e nemmeno lo dice in giro. O come qualcun altro, che fa dello spudorato racolage per essere votato in competizioni di blogger lexiofili (PS: io ti ho appena votato, ma lusofoni e polaccofoni sono largamente in testa; non c'è speranza).

Per festeggiare questo lieto evento, haivolutovedereparigi si trasformerà per una settimana in un vero blog branché, dove si parlerà un po' di tutto, dai saldi allo shopping alle Galéries Lafayette, dai nuovi-nuovi-nuovi quartieri emergenti di Parigi dove investire nel sempre più redditizio mattone, ai ristoranti più in vista della capitale, dai locali più trendy, alle riunioni dei bloggers parigini in esilio (dove, come avrete già capito, ci riuniamo per lamentarci delle pizze di Parigi - e mica solo di quelle).
Attenzione anche alla deriva foodblogging: potrebbero venir fuori ricette molto branchées, tipo velouté di topinambour & potimarron vert.

2 dicembre 2010

Piet Mondrian / De Stijl al Centre Pompidou

Uno dei vantaggi di vivere a Parigi (piuttosto che – poniamo – a Casalpusterlengo), sta nel poter partecipare alle inaugurazioni di un numero notevole di mostre. Nonostante il freddo, il traffico, le cacche di cane sui marciapiedi, il sovraffollamento dei mezzi pubblici e la scortesia di chi li usa (i passeggini che occupano tutto lo spazio sugli autobus, la gente che entra e esce da tutte le porte senza rispettare l’ordine – cribbio ma è tanto difficile rispettare un po’ di ordine e disciplina dico io), il tasso inverosimile di turisti italiani presenti ogni giorno dell’anno, le pizze a 12 euro e il peggior caffè dell’orbe terracqueo, a Parigi basta una tessera annuale del Centro Pompidou per essere invitati ai vernissages. Ieri sera dalle 20 in poi, per esempio, si inaugurava  la mostra Mondrian / De Stijl. Forte della mia esperienza pregressa in serate mondane, stavolta evito di ingurgitare cibo di qualsiasi sorta, pregustando il lauto cocktail che verrà offerto agli esclusivi invitati della mostra. Arrivati dentro il museo, inizia ad assalirmi un dubbio atroce: vuoi vedere che non c’è nessun banchetto? La mostra è affollata di gente, tutta esclusiva come il sottoscritto: nessuna presentazione, nessuna celebrità, ma soprattutto nessun cocktail: né un bicchiere di champagne, né un’oliva, né un brezel, neanche un pastis. Niente di niente. E io non avevo più nemmeno le mie quattro caciottine di pecora. In preda allo sconforto, inizio a chiedermi che caspita di senso ha andare ad un’anteprima di una mostra: per il gusto di dire gnégnégné l’ho vista prima io? Per l’ebbrezza di poter stare fino alle 23.00 nel Pompidou (mentre gli altri comuni mortali vengono buttati fuori alle 21)? Che brividi! Ma dov’è quell’aria di decadenza che dovrebbe ammorbare i luoghi dell’arte contemporanea? Dove i bagordi sfrenati alla faccia della fame nel mondo? Perché d’improvviso questa austerità? Coté pipòl, poi, era veramente la catà: un tizio mezzo matto che faceva ritratti estemporanei dei visitatori, carampane assortite, una coppia di giovani ragazze italiane (dialogo carpito al volo da Franz: « - Ma Gianluca chi? - Quello che c’era l’altra sera alla festa. - Quello biondo? - Sì, quello che ha comprato quel loft a S. Germain.»). Controllando a stento i morsi della fame e la trasformazione in lupo mannaro, approfitto a questo punto un po’ della mostra.
Mondrian inizia a dipingere come Klimt. Poi dice no, questo lo fa già Klimt, e allora prova a dipingere come Munch. Ma il ragazzo non è soddisfatto e si vede che cerca ancora la sua strada. Per un po’ si mette dunque a dipingere come Klee (e devo dire che questo Mondrian / Klee non mi è dispiaciuto per niente). Ma il pittore olandese vuole essere originale. E si chiede: cos’è che non è stato ancora fatto? Cos’è che è originale? Nascono così i quadratini colorati che, al pari dei sgari di Fragolari, renderanno Mondrian un grande protagonista del novecento. Tutto molto bello, solo che: sorpresa! I quadratini colorati li avevano già fatti i suoi colleghi Theo Van Doesburg e Vilmos Huszár, dieci anni prima. Erano delle vetrate, certo (tra l’altro molto belle: io e Franz abbiamo deciso che ne compreremo qualcuna che andrà a sostituire l’oblò del bagno), ma proprio uguali uguali ai dipinti che dopo farà Mondrian. Alla fine della mostra il sospetto serpeggia: il vero genio era Van Doesburg, ma oggi tutti si ricordano di Mondrian. Così è la vita.

Opera rivelazione della mostra: I lavoratori del porto (1916) di Bart Van der Leck.


Riferimento culturale di un certo livello: la puntata 3 della serie 1 di “Hustle – i signori della truffa”, dove un finto quadro di Mondrian viene rifilato ad una gallerista mentre Jaime Murray (la sbarellatissima Lila di Dexter S02) infinocchia una guardia ed esce dal museo con il vero quadro appiccicato sulla maglietta.

Riferimento del tutto pretestuoso con il quale si chiude questo post: clip di Apocalippo dei Piet Mondrian. «Misantropiaaaa… portaci viaaaaa….»

30 aprile 2010

Hai voluto vedere Madrid...

Barajas, T4

Calle de Fuencarral

Gran Via

Sin título

La stazione di Atocha dal Museo Reina Sofia


Calle de Espoz y Mina

Plaza de La Puerta del Sol

Una piccola sorpresa da questo primo viaggio in terra iberica: i francesi non sono i soli ad essere posseduti dalla sacra furia traduttiva. Il quadro più bello del Prado, ad esempio, l'ha dipinto El Bosco. Per non parlare del magnifico autoritratto di Alberto Durero, conservato nello stesso museo. Non siete ancora convinti? Allora mangiatevi un perrito caliente. Buon appetito!

1 aprile 2010

16 marzo 2010

Considera l'aringa

Ottanta aringhe. Non la crederanno mai, caro signore.
(Ernest Renan, BnF, NAF 14197, f. 256)

Giace lì, in fondo al frigo. Non posso buttarla, mi piange il cuore. Ma non ho più il coraggio di mangiarla. Fortuna che ho preso quella con l'affumicatura dolce. L'ho anche marinata, con amore, secondo ricetta tradizionale: olio, limone, cipolla, aglio e qualche grano di pepe (già che c'ero potevo metterci un peperone, per aggiungere un tocco di freschezza).
Non fraintendetemi: io adoro le aringhe. Io adoro tutto ciò che è pesce affumicato e affini: il salmone, l'aringa, il tonno, il pesce spada, l'haddock, il fegato di merluzzo, le uova di lompo, le uova di salmone, le uova di trota, la bottarga, la tarama. E l'aringa che giace in fondo al frigo è riuscita deliziosa, morbida e profumata. Ma ha un grosso difetto: si ripropone. E non c'è verso di buttarla giù. Tu cammini per strada, e lei torna su. Scendi in métro, e lei sale su. Vai in piscina, e lei fa i carpiati dentro di te. Ho provato anche con la Magnesia Bellagamba, gentilmente offerta dall'amico Crapula, ma niente. La Magnesia Bellagamba, sì. È come la Sanpellegrino, solo che la fanno a Roccafelina (EN) ed è la preferita di Nitto Santapaola. Che se davano retta a quel politico e regalizzavano la mafia, immaginatevi il marketing: «Magnesia Bellagamba. Fornitori della Real Cosca dei Santapaola dal 1952». Oppure: «Caponata Mussomeli: Su mandato di S.A.R. Leoluca Bagarella, Principe di Corleone. Qualità e tradizione dal 1946». Come il Twinings. Altro che sostegno del Made in Italy. Ma vabbé, torniamo al pesce. La colpa è tutta mia. L'ho vista in offerta e non ho saputo resistere.
Era dallo scorso autunno che avevo voglia di aringhe. Ne ho mangiata una fantastica a Yport, in Normandia: mai mangiata un'aringa così buona. Ho chiesto all'oste e lui mi ha detto: «Eh, ma questa è fresca! Ora è il periodo, poi si affumica tutto e si conserva». Il giorno dopo, a Fécamp, ho visto il manifesto della Sagra dell'Aringa. La "più grande fiera mondiale delle aringhe" si sarebbe tenuta da lì a una settimana. Tornato a Parigi chiamo subito mio cugino per proporgli il viaggio:
- Dai, pensa che roba: aringhe freschissime a strafottere a due lire al chilo, i cori dei marinai normanni, stages di affumicatura, la corsa nel barile. Non vorrai mica perderti un evento del genere. Dai che poi ci scriviamo pure un articolo divertente, in stile David Foster Wallace, magari qualcuno abbocca pure e ce lo pubblica.
Lui ha tentennato un po', prima di chiedermi:  «ma dici sul serio?». Per un attimo ci ha creduto. Poi è passato subito all'accampamento delle scuse: «ma in treno? Come si fa? E poi torniamo in serata? No, no: non ce la posso fare». Io ci sono rimasto un po' male. Mica per il rifiuto. È stato lo spiraglio di possibilità, quell'apertura di un istante che mi ha precipitato davanti ad un molo, due sacchetti di plastica enormi in mano pieni di aringhe puzzolenti, maglietta a strisce e cappellino da marinaio con pompon rosso, piuttosto alticcio, in mezzo alle danze tipiche normanne. Con la prospettiva di rientrare sano e salvo a casa e preparare cinque chili di aringhe marinate, buone come quella di Yport, e mangiarne per una settimana.
Ecco quello che succede quando si gioca coi sentimenti.

8 marzo 2010

Soirée branchée

[tr.: serata alla moda.]
Francesca ha vinto su internet un invito per l'inaugurazione dell'ennesima boutique di jeans in Rue des Rosiers (ogni tanto lo spam si rivela utile). Organizza l'evento la rivista Les inrockuptibles, con due concerti + dj set. Che si fa? Non ci si va? Venerdì sera partiamo dunque verso il Marais. Ovviamente si mangia prima: il concerto è alle 8, che vuoi fare? Rimanere morto di fame fino alle 10? Giammai. Quando arriviamo lì, mi rendo subito conto di quanto non siamo adusi a cotali happening: l'inaugurazione prevedeva infatti ricco e ottimo buffet. Da vero cialtrone (e anche un po' pezzente), ho immediatamente rimpianto il triste toast al prosciutto ingurgitato in piedi prima di uscire. Ma à la guerre comme à la guerre: facendo finta di essere affamato (sai che sforzo!), mi lancio sulle tartine made in Lustyk, uno dei migliori traiteur yiddish di Parigi. Canapé di aringhe, vol-au-vent al salmone e – il pezzo forte – mini-bagels al pastrami, cipolla, cetriolini in agrodolce e crema all'aneto: una vera delizia, come la torta di mele alla cannella servita alla fine. Sul fronte bevande, invece, uno champagne un po' troppo brut per i miei gusti e un californiano truciolato in caraffa. Ma tant'è: à cheval donné on ne regarde pas la bride. Il locale è strapieno e fornito di un buon numero di fighetti (pare che oggi si chiamino hipsters, mi suggeriscono dalla regia). Tra un tramezzino e l'altro, fioccano i commenti sull'abbigliamento, soprattutto sulle scarpe, e sulla moda nefasta che lascia sporgere solo il ditone del piede, magari con l'unghia lunga (– orrore – esclama Franz) e/o – peggio ancora – le calze. Ma io condivido solo superficialmente la sua ossessione, poichè mi è mancata l'infelice adolescenza tedesca fatta di continue e reiterate sottomissioni alla tortura delle birkenstock coi calzini (buon soggetto per un post, d'altronde, se un giorno si deciderà a scriverlo).
Nel terzo tempo, iniziano i concerti. Il primo gruppo è formato da quattro adolescenti [!] francesi, gli Elephanz, che suonano un poprockettino un po' Muse, un po' non so. Niente di che. Bravi invece i londinesi Chew Lips, trio electro-rock che si produce in uno spettacolo molto piacevole. Bella la voce della cantante, oscillante tra Bowie e Róisín Murphy dei Moloko. Alle 22 e 30 finisce tutto. Una dj spuntata dal nulla, che somiglia tanto ad un fumetto, inizia a mettere i dischi. Parte Common People dei Pulp.
– Uh, madonna: ma quanti anni son passati?
– Tantissimi. Ero ancora giovane, e andavo a ballare alle feste...
– [...]
– Si è fatta una certa. Che si fa? Si va?
– Andiamo, va'.

7 gennaio 2010

Cose che si imparano viaggiando in aereo

1) Che io sappia, solo gli italiani si accalcano in un ammasso informe e ansioso davanti al gate d'imbarco, nonostante gli inviti a restare seduti finché non viene chiamato il proprio gruppo. Uno dice: "lo fanno per prendere il posto migliore". Ma ho visto le stesse scene, giuro, anche nel caso dei posti prenotati. Misteri della Fede.
2) Non ci sono più le hostess di una volta. Non che io ne abbia mai incontrate dal vivo, ma l'idea quasi trascendentale della hostess, protetta dalla pisanissima Santa Bona, non corrisponde più alla realtà. E' quello che pensi ogni volta che incroci lo sguardo di quel leone marino che va su e giù per il corridoio.
3) L'aereo è l'autobus del Terzo Millennio. E negli autobus, tutti i bambini, per essenza, fanno un casino inenarrabile. Mi astengo qui da considerazioni malthusiane: noto soltanto en passant che i bambini cinesi, nei luoghi pubblici, piangono molto ma molto meno degli altri bambini.
4) Come corollario del punto precedente, la cosa davvero indispensabile per viaggiare in aereo sono un paio di tappi per le orecchie o, ancora meglio, delle cuffie intrauricolari. Specie se avete scelto la compagnia superlowcost che vi bombarda di pubblicità fastidiosissime e insistenti per tutto il viaggio.
A questo punto vi sentite stanchi, nervosi e stressati. Aprite il dépliant del cibo servito in volo e arriva l'illuminazione: non avete più dubbi, vi fate un cappio.

Fatti un Cappio.
Cappio: il cappuccino che ti tira su.