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15 febbraio 2013

Nick Cave & The Bad Seeds, «Push The Sky Away», Le Trianon, 11/02/2013

Le Trianon stracolmo di gente

La signora Cave e figli in tribuna d'onore

«Sometimes, in your life, you reach a peak and after you drop slowly down. This is my peak.» (Jack The Ripper)
Il disco, presentato integralmente e nell'ordine dei brani («oggi non si usa: oggi predomina lo shuffle»), ad un primo ascolto sembra davvero notevole. Ritorna il predicatore-visionario di alcuni pezzi parlati, come la dylaniana Higgs Boson Blues (Hannah Montana does the African Savannah / As the simulated rainy season begins / She curses the queue at the Zulus / And moves on to Amazonia / And cries with the dolphins / Mama ate the pygmy / The pygmy ate the monkey / The monkey has a gift that he is sending back to you / Look here comes the missionary / With his smallpox and flu / He's saving them savages / With his Higgs Boson Blues / I'm driving my car down to Geneva).
Grandi classici nella seconda parte del concerto (From Her to Eternity, Red Right Hand, The Ship Song, Deanna, Your Funeral... My Trial, The Mercy Seat, Stagger Lee).
A 55 anni, Nick Cave salta ancora come un indemoniato (a un certo punto è scivolato a terra, è vero, ma si è ripreso subito con la grazia di un gatto sornione) e regge ampiamente 2 ore di concerto.
Menzione speciale alla ragazzina del coro con la maglietta Bazinga!

5 febbraio 2013

Vent'anni è uno stato mentale? No, è uno Stato Sociale

Dopo il trionfale tour italiano, gli/lo/i/le Stato Sociale sono arrivati a Parigi, prima tappa di una tournée all'estero fintissima, perché il Marcovaldo era stipato di erasmus ed expat fino all'inverosimile. E io mi sono ritrovato lì davanti, a un centimetro da Lodo e compagnia, ad ascoltare il loro concerto not-much-plugged con chitarra acustica, tamburello e macchinette elettroniche che andavano a singhiozzo.

Le ho cantate tutte, ma proprio tutte, anche Seggiovia sull'oceano che non mi piace poi tanto, ma lì era come quando c'è un tuo amico con la chitarra e tu conosci i pezzi e cominci a cantare dietro e non ti fermi più. Ho fatto Na na na Na na na Na na na na. Uò oh oh oh tararà. Uò oh oh. Uò oh oh oh oh. Uò oh oh oh oh. Uò oh oh oh oh oho oho oho oho. Pà pà pà pà pà pà pà pararà pà pà pà pà pà pà per un'ora, pressato e sudato che nemmeno a un concerto dei Bad Religion, schivando i fendenti del tifoso sampdoriano venuto da Genova apposta per vederli e che spoilerava tutte le canzoni anticipando sempre il cantante di un secondo, facendomi insultare dalla ventenne lucchese che stava dietro di me perché facevo le foto e le nascondevo il suo idolo (poi l'ho fatta passare davanti e le ho consigliato pure di stare bene attenta al sampdoriano ché secondo me un po' anche lui era innamorato di Lodo).

E alla fine, ho consolato Franz che si sconsolava osservando l'età media degli avventori del locale: - Non sei vecchia. Sei diversamente giovane.

Erano anni che non mi divertivo così a un concerto.



12 ottobre 2011

Jean Fabry à Paris

Prima o poi sarebbe dovuto accadere. Lo spirito di Giovanni Fabbri, in arte Jean Fabry, si è posato infine sulla Ville Lumière. Quale meta più giusta per l'anima del misterioso chansonnier che divenne anni or sono la musa dei Jean Fabry?
L'inetichettabile band di Russi (RA) – che per i più attenti dei nostri 25 lettori non ha più bisogno di presentazioni – si è esibita a Parigi per ben tre giorni di seguito.
Il venerdì, nel quadro intimista del Bistrot littéraire des Cascades, nel cuore del 20ème arrondissement, i nostri hanno deliziato lo stranito pubblico con un'esibizione che aveva il sapore di un concerto a sorpresa (un surprise gig, come si dice in gergo). Tra applausi sentiti e i fischi di un albionico ubriacone, i Jean Fabry in formazione acustica volante hanno egregiamente affrontato il loro debutto parigino con un un apéro-concert. Da Gilbert Bécaud ai pappi dei pioppi (nella foto è immortalato il momento botanique del concerto), chiudendo addirittura con Stringi le viti di tanto in tanto.
Sabato sera, alla Festa del libro e delle culture italiane (Espace des Blanc Manteaux, in pieno Marais), è stata la volta della presentazione del CD dei Capra&Cavoli Ambarabàcidicocò, pregevole manufatto artistico-musicale che ha ricevuto l'ambito premio Soligatto. Dai Capra&Cavoli sono poi nati i Jean Fabry, ma questa trasformazione da Jekyll a Hyde non è che si sia notata molto, a riprova del fatto che la vena  stralunata/demenziale degli uni non è poi così distante dalle filastrocche degli altri. L'annunciata metamorfosi ha però tratto in inganno qualcuno: un gruppo di amici è arrivato verso la fine dicendo: ma come? Noi siamo venuti ora per i Jean Fabry! No, guarda, veramente sono lo stesso gruppo e hanno quasi finito...
In ogni caso siamo riusciti a trascinarli in bis e tris vari tra il francese (Le poète, Jean Fabry), l'italiano (Rotoballe, Cento, Punk Mentale) e il romagnolo (E zir de clomb).

Domenica mattina, i Capra&Cavoli con Gianni Zauli e Laurence Barthomeuf (curatori del libro) hanno animato una simpatica sessione con i bambini veri. Tra le filastrocche tradizionali (Pimpirulìn, Uno due tre, un'incredibile versione mancuniana di Sotto il Ponte di Baracca) e originali (Ti dico una cosa, l'inedito Tritone, l'ormai tormentone Il Camaleonte che ha riscosso gran successo), i bimbi italo-francesi si sono divertiti un sacco: gli occhialini di pappi, i tubofoni di Marlo e la faccia di Antonio hanno fatto il resto.
Nonostante conti molto il fattore biografico (Antonio mi ha confessato: «facciamo filastrocche perché abbiamo una bambina di sei anni; quando ne avrà sedici ci metteremo forse a fare disco-music»), credo che il ritorno all'infanzia sia un buon antidoto alla perdita di senso causata dall'attuale eccesso di informazioni.
Così non è un caso che anche l'ultimo – geniale – disco di Philippe Katerine abbondi in filastrocche strampalate, lallazioni, ecolalie.

Sono stati tre giorni intensi. Piegando due leggii e avvolgendo il cavo della pedaliera Korg di Antonio, mi sono anche guadagnato il titolo di roadie dei Jean Fabry: roba che non tutti possono vantare nel proprio curriculum. Ma credo che rimarrò nella loro memoria più per la tarama, l'hummus, il caviar d'aubergine, i felafel e il pastrami di Marianne.
E il cerchio si è chiuso, come un zir de clomb, comme un tour de pigeon.

11 maggio 2010

LCD Soundsystem, live @ Bataclan, 9/5/2010

Malgrado fosse l'ultima data di un mini-tour europeo (la seconda di seguito al Bataclan, aggiunta dopo un sold-out a tempo di record) e la voce di  James Murphy non fosse proprio all'altezza ("I'm sorry, but my voice, it's fucked up!"), durante un'ora e quaranta minuti filati lui e i suoi straordinari musicisti non si sono risparmiati neanche un po'.
Il concerto ha rappresentato per me una piccola sorpresa: quando li ascolti su disco, hai l'idea di un qualcosa di potente ma un po' freddo, preciso, studiato a tavolino. Ed ecco che dal vivo riescono a ricreare il ritmo metronomico della produzione in studio ma con più passione, più calore, più ritmo, aggiungendo un cuore pulsante alla perfezione della macchina quasi robotica.  La panza del simpatico e paffuto James Murphy, insomma, ha partorito un vero live, un grandissimo concerto roccherroll (poche tastiere, una batteria devastante, percussioni a strafottere, doppio basso in qualche pezzo), con tanto di pogo (daft punk, pow wow), litri di sudore, stage-diving, e momenti di panico punk (una versione assassina di movementdocumentata nell'ultimo reperto video) affrontati con coraggio dalla seconda fila sotto il palco. Roccherroll is here to stay.


8 maggio 2010

Pavement + The National, live @ Zenith de Paris, 7/5/2010

Camicia di flanella e let's do the time warp again. In uno Zenith strapieno, ieri sera, come se il tempo non fosse passato. Bravi pure i National, che mi aspettavo più mosci e invece dal vivo roccheggiano niente male.



8 marzo 2010

Soirée branchée

[tr.: serata alla moda.]
Francesca ha vinto su internet un invito per l'inaugurazione dell'ennesima boutique di jeans in Rue des Rosiers (ogni tanto lo spam si rivela utile). Organizza l'evento la rivista Les inrockuptibles, con due concerti + dj set. Che si fa? Non ci si va? Venerdì sera partiamo dunque verso il Marais. Ovviamente si mangia prima: il concerto è alle 8, che vuoi fare? Rimanere morto di fame fino alle 10? Giammai. Quando arriviamo lì, mi rendo subito conto di quanto non siamo adusi a cotali happening: l'inaugurazione prevedeva infatti ricco e ottimo buffet. Da vero cialtrone (e anche un po' pezzente), ho immediatamente rimpianto il triste toast al prosciutto ingurgitato in piedi prima di uscire. Ma à la guerre comme à la guerre: facendo finta di essere affamato (sai che sforzo!), mi lancio sulle tartine made in Lustyk, uno dei migliori traiteur yiddish di Parigi. Canapé di aringhe, vol-au-vent al salmone e – il pezzo forte – mini-bagels al pastrami, cipolla, cetriolini in agrodolce e crema all'aneto: una vera delizia, come la torta di mele alla cannella servita alla fine. Sul fronte bevande, invece, uno champagne un po' troppo brut per i miei gusti e un californiano truciolato in caraffa. Ma tant'è: à cheval donné on ne regarde pas la bride. Il locale è strapieno e fornito di un buon numero di fighetti (pare che oggi si chiamino hipsters, mi suggeriscono dalla regia). Tra un tramezzino e l'altro, fioccano i commenti sull'abbigliamento, soprattutto sulle scarpe, e sulla moda nefasta che lascia sporgere solo il ditone del piede, magari con l'unghia lunga (– orrore – esclama Franz) e/o – peggio ancora – le calze. Ma io condivido solo superficialmente la sua ossessione, poichè mi è mancata l'infelice adolescenza tedesca fatta di continue e reiterate sottomissioni alla tortura delle birkenstock coi calzini (buon soggetto per un post, d'altronde, se un giorno si deciderà a scriverlo).
Nel terzo tempo, iniziano i concerti. Il primo gruppo è formato da quattro adolescenti [!] francesi, gli Elephanz, che suonano un poprockettino un po' Muse, un po' non so. Niente di che. Bravi invece i londinesi Chew Lips, trio electro-rock che si produce in uno spettacolo molto piacevole. Bella la voce della cantante, oscillante tra Bowie e Róisín Murphy dei Moloko. Alle 22 e 30 finisce tutto. Una dj spuntata dal nulla, che somiglia tanto ad un fumetto, inizia a mettere i dischi. Parte Common People dei Pulp.
– Uh, madonna: ma quanti anni son passati?
– Tantissimi. Ero ancora giovane, e andavo a ballare alle feste...
– [...]
– Si è fatta una certa. Che si fa? Si va?
– Andiamo, va'.

16 novembre 2009

È solo un tic nervoso sul lato sinistro della testa

Fake conversations on a non-existent telephone
Like the words of a man who spent a little too much time alone
I don't want to spend too much time alone

Ascoltare il genio di Andrew Bird mentre fischietta, pizzica il violino, campiona tutto insieme e poi canta le sue filastrocche su Imperi Sciti e inutili valigette ventiquattr'ore dell'Halliburton, in preda al suo lieve autismo, saltellando fuori tempo su un piede solo come un folletto ubriaco, è stata una vera delizia. Assistere alla grazia di quest'uomo, che passa con assoluta confidenza e umiltà dalle sviolinate malinconiche del suo ultimo, bellissimo disco (Noble beast) ad un'esilarante versione in francese della canzone di Kermit la Rana "Bein' Green" (diventata "C'est pas facile d'être vert" - qui la versione in un concerto a Montréal), ad un duetto con la tuba di Benjamin Jaffe della Preservation Hall Jazz Band in due classici del Delta: Shake it and Break it e Goin' home, è stata una meraviglia. Di gran lunga il più bel concerto di quest'anno.





PS: per apprezzare appieno Andrew Bird al di là dei nostri filmatini iperlowfi, andate a dare un'occhiata a questo mini-concerto su arte.

30 ottobre 2009

Joseph Arthur, Café de la Danse, 16/10/2009

10 minuti prima dell'inizio del concerto:
- Ma lui non è quello che si è ammazzato, vero?
- ?

- No, perché li confondo sempre. Com'è che si chiamava quell'altro?

- Vuoi dire Elliott Smith?
- Ecco, Elliott Smith.

- No. Questo è Joseph Arthur.
- Ah.

Gli ho invidiato parecchio i capelli e le chitarre (1 Les Pauls, 1 Lucille e 2 Gibson acustiche, di cui una 12 corde). Momento più bello del concerto: alla fine di un pezzo, distorsori al massimo, ha iniziato a strappare le corde della chitarra acustica una ad una, estraendone un gentile frastuono.




15 ottobre 2009

The Thermals, Point Ephémère, 14/10/2009

We were sick, sick in the brain
Too young to kill, too old to contain
Stick out our tongue catchin' the acid rain
We were high
We were alive
We were sick.

Tre anni dopo, i Thermals ritornano al Point Ephémère.
Con una chitarra in meno, il power trio di Portland si riconferma un grande gruppo. Il concerto è stato bellissimo, i pezzi tirati, veloci, compatti. La mancanza della seconda chitarra è stata ampiamente compensata dal basso ipercompresso di Kate e dal nuovo, bravissimo, batterista. Ascoltandoli dal vivo, mi sono un po' ricreduto sul loro ultimo album che mi aveva piuttosto deluso: anche se non raggiunge i livelli di The body the blood the machine, non è un brutto disco. La scaletta non ha privilegiato l'ultima uscita, pescando a piene mani dai pezzi "storici" dei loro primi album (It's trivia, A passing feeling, Our Trip, Every Stitch, How We Know) e chiudendo il bis con una notevole cover di 100% dei Sonic Youth. Chapeau.

PS: non me ne ero mai accorto prima, ma il cantante somiglia un po' al Capitano Jack Harkness...

PPSS: Seguono due reperti assolutamente lo-fi ai limiti dell'audibilità, captati dai ns. avveniristici strumenti tecnologici.




5 settembre 2009

Laurie Anderson + Lou Reed

The Yellow Pony and Other Songs and Stories, Salle Pleyel, 4/9/2009.
Concerto bellissimo, a tratti commovente. Alle poesie/canzoni di Laurie Anderson (che giocava con la sua voce: inquietante una versione distorta da un effetto darth vader) si alternavano i classici di Lou Reed e dei Velvet. Una grande "Pale Blue Eyes", una velvetiana "Halloween Parade" - dove nella sarabanda finale Laurie incarnava insieme sia la voce di Nico che la viola di Cage - una struggente "Romeo had Juliet".
Verso la fine del concerto, in una jam strumentale si è unito un tizio che faceva suonare il suo sassofono come se fosse dieci strumenti diversi, martellando i tasti a velocità astronomiche. Il sax di John Zorn, ospite del duo, ha accompagnato anche l'ultimo bis, una magica "I'll be your mirror".
Cosa chiedere di più? Un secondo bis che purtroppo non c'è stato. Dopo gli applausi finali, i musicisti escono di scena. Lou Reed è l'ultimo, si attarda. A un metro dall'uscita si ferma nella penombra, si gira verso il pubblico e alza i due indici al cielo, come per dire: io sono leggenda. La sala viene giù con fischi e altri applausi. Rock'n'Roll will never die.
La Salle Pleyel è piuttosto rigida sul divieto di video e foto: vi dovrete dunque fidare di questa recensione e accontentarvi della foto che Franz ha scattato durante la sessione di dediche alla fine del concerto.

2 maggio 2009

Geoff Farina con la sua chitarrina

ha suonato ieri sera alla Bellevilloise. Una vera idiozia programmarlo nella Hall aux Oliviers; i suoi arpeggi e la sua voce sempre più cartavetrosa si sono quasi completamente persi nella sala del ristorante affollatissimo, in mezzo ad un brusio continuo, con i camerieri che andavano e venivano, telefonini accesi, e come se non bastasse, un sottofondo di aereo a reazione che proveniva dal soundcheck di una serata drum&bass nella sala attigua. Ingiudicabile.
Lui è stato comunque un signore, ha fatto il suo concerto senza battere ciglio passando da blues strumentali arricchiti da bellissimi fingerpicking ai suoi pezzi più intimisti. Molti applausi alla fine, ma si è sentito poco: da rimpiangere il concerto del Baraonda, di qualche anno fa.

Per consolarmi, oggi ascolto 595, live "postumo" dei Karate su Spotify (che trovo molto meglio di Deezer per alcuni aspetti). Avrei anche 8 inviti da regalare, ma la versione free non è ancora disponibile per l'Italia, dunque se non abitate in Svezia, in Norvegia, in Francia in Spagna o in Gran Bretagna, vi toccherà aspettare.

Questa volta niente foto, visto che la macchina fotografica quando serve è sempre scarica.

3 novembre 2008

Built to spill: elogio dell'ignoranza e degli scoppi ritardati.

I like electric toys
I like making noise
Stiff Little Fingers, Kicking up a racket (1981)

Vi è mai capitato di scoprire un grande gruppo con dieci anni di ritardo? E' come aver lasciato una scatola vuota di cioccolatini e... ma guarda un po': ce n'è ancora uno, ed è il più buono.
Il loro ultimo album - You in Reverse - è un bel disco, anche se non raggiunge i livelli dei loro 2 capolavori: Keep it Like a Secret, di ben dieci anni fa, e il bellissimo Perfect From Now On (1997), che ha ricevuto addirittura un 8 e 1/2 dallo Scaruffi, e con questo ho detto tutto; anzi no, citerò a proposito un pezzettino del sempre ineffabile maestro:
"Gli otto minuti del marziale e tenero Velvet Waltz, fra fuzz abrasivi e violoncelli in punta di piedi e wah-wah indemoniati, sono lo yin per lo yang dei nove minuti di Untrustable Part 2, che improvvisamente si getta in una convulsa bolgia di accordi spigolosi e tempi sincopati (ma finisce con una fanfara surreale)".
I Built to spill stanno suonando stasera, per soli 21 euri, alla Maroquinerie ma io - destino, beffardo e crudele - non potrò apprezzare il loro buon vecchio rock chitarristico: sono a Lucca, a guardare il commissario Montalbano...

Vabbé, vi lascio con il seeqpod del mio nuovo tormentone. Oltre a godere dei bellissimi pezzi, potreste provare un giochino sulla traccia 9, il cui testo è un collage di citazioni di canzoni famose: quante ne scovate?
Non vale gugglare, è piuttosto facile: ma alla fine fate un po' come vi pare, in fin dei conti, tanto non vi controlla nessuno (sicuri?).



7 ottobre 2008

Patti Smith - Nuit Blanche 2008

Francamente, l'idea di andare a vedere un reading di Patti Smith, nella chiesa di Saint Germain des Près, basato sul Cantico di San Francesco non è che mi facesse impazzire. Però Patti Smith è sempre Patti Smith, che diamine, ed il concerto era pure gratìss (beh, grazie a Francesca e Laura che hanno fatto un'ora e mezza di coda all'Hotel de Ville a ritirare i biglietti il giorno prima)...
Poi va a finire che lei sale sul palco, accompagnata dalla figlia Jesse al piano e dal figlio Jackson alla chitarra, e comincia a fare un suo concerto in piena regola - altro che S. Francesco - beata, felice e palesemente emozionata di suonare in quella Parigi che l'accolse nel 1969 (quasi quarant'anni fa).
Il concerto dura poco più di mezz'ora ma tanto basta: dopo aver steccato un poco su Redondo Beach (ma chi se ne frega, se lo può permettere), parte una Dancing Barefoot da brividi, con una voce se possibile ancora più bella ed emozionante di quella di trent'anni fa. A quel punto, per me poteva finire tutto lì. E invece no: arpeggino del figlio e: "There is a town, in North Ontario...". Allora dillo, che oltre ai brividi vuoi che mi metta a piangere: ammettilo.
E ora? Come si potrebbe chiudere la serata? Per esempio potremmo ricordare papà Fred "sonic" Smith, indimenticato leader degli MC5, e dedicargli un pezzo. Potremmo suonare tutti insieme Because The Night. Per esempio.
Patti saluta, ma prima di andare via fa un ultimo pezzo: People Have The Power. La gente è in piedi a battere le mani; qualche pugno alzato, ad imitare il suo; fa strano, in chiesa; sembrano dire: ci crediamo ancora, nonostante tutto.
Saluti. Buonanotte. Merci Paris.

Non ho mai creduto agli angeli: ma se ne dovesse esistere anche solo uno, era lì, l'altra notte, nella chiesa di Saint Germain des Près.

Ora piangete tutti quanti, in religioso silenzio:

19 maggio 2008

Des papiers pour tous!

ou plus de papiers du tout!

Danzando al suono di una Cumbia colombiana alla Maison des Métallos, in una giornata festiva di solidarietà con le famiglie sans-papiers organizzata dalla Rete per una Scuola Senza Frontiere (RESF) e dalla Federazione dei Genitori dei bambini delle scuole pubbliche (fcpe).


26 febbraio 2008

Roccherrollo da Combattimento


E' stato davvero un peccato non avere avuto più tempo per questo festival che si è tenuto al cinema L'Ecran di Saint-Denis.
Molti sono stati i film proiettati - alcuni davvero unici e rari - ma alla fine ci siamo dovuti "accontentare" di un'intensa tre giorni: due serate in sala e il concerto-reading di Lydia Lunch, "Blood is just memory without language", che è stato forse il momento più alto.
In uno stile classico, quasi beatnick, la sacerdotessa dell'underground newyorchese ha declamato la sua incazzatura nei confronti del mondo, le sue "songs of sex, sorrow and rage" sopra un continuo sottofondo jazzy devastato dall'andamento sincopato delle percussioni: uno spettacolo davvero emozionante.

Di seguito, un pezzo della solo performance di Lydia Lunch registrato live a Saint-Denis con i nostri potenti mezzi tecnologici.





Dei tre film visti, il migliore è stato indubbiamente Joy Division di Grant Gee, un'opera complementare e necessaria rispetto al pur bello Control di Anton Corbijn. Se nella fiction il protagonista era Ian Curtis (il film è stato sceneggiato proprio a partire dal libro autobiografico scritto dalla moglie) qui il protagonista sono i Joy Division. Attraverso rari filmati e foto di repertorio, le immagini di una freddissima Manchester, le interviste ai membri del gruppo, ai produttori, agli amici di Ian Curtis (molto toccante l'intervista ad Annick, la giornalista belga con cui visse la sua "tormentata" storia d'amore), il film ripercorre la nascita, la vita (breve) e la morte (prematura) del gruppo inglese. Bello, essenziale ed esaustivo, il film evita benissimo tutte le trappole del caso (retorica, voyeurismo, fanatismo).

Il documentario è stato preceduto - chicca della serata - da alcuni agghiaccianti videoclip di gruppi della cosiddetta freak scene di San Francisco nei primissimi anni '80 realizzati da Graeme Whifler: se non avete mai visto Third Reich And Roll dei Residents, non avete la minima idea della follia dei personaggi. Notevole il clip Jinx dei Tuxedomoon, anche se il vertice allucinatorio viene raggiunto da Songs for Swinging Larvae, dei Renaldo & The Loaf: uno Shining amatoriale (una mamma mezza matta vestita di rosso in una cucina rossa che versa un liquido rosso dappertutto sui fornelli mentre il suo bimbo piange - camera dal basso per il bimbo e in soggettiva rotante per la mamma) che si trasforma via via in un corto lynchiano, dove un barbone-pellerossa attrae il bimbo scappato dalla cucina (bella la scena della corsa virata in blu) e lo porta in una specie di caverna, gli impiastriccia i capelli con un qualcosa di colloso e scuro e gli prepara una colazione con un'anguilla frullata: pasto freakissimo per stomaci durissimi.

Tornando agli anni 2000, il film di Aj Schnack Kurt Cobain. About a son è costruito attorno ad alcuni estratti di due lunghissime interviste concesse al giornalista Michael Azerrad tra il 1992 e il 1993. Le immagini dei luoghi Cobainiani (Aberdeen, Olympia, Seattle) - di una lentezza elephantiaca e a volte un po' stereotipate (quant'è blu e verde e freddo il nordovest degli States - di nuovo Van Sant, dentro e fuori l'Ohio) fanno da colonna visiva, da commento alla voce di Kurt Cobain che, rispondendo alle poche e brevi domande che gli vengono poste, inscena un quasi-monologo piuttosto sincero e interessante. Il film ha anche una "vera" colonna sonora che traccia la storia delle influenze musicali di Cobain (soggetto a cui è dedicata buona parte delle interviste). Qui una recensione.

Il festival si è chiuso con l'anteprima di un film girato nel 2004 ma che uscirà solo ad ottobre prossimo e che ha vinto il Grand Prix al festival di Belfort, Violent Days, una sorta di docu-fiction sul milieu rockabilly francese che - incredibilmente - sembra esistere. Buone le intenzioni, ma il risultato mi è sembrato confuso, pretenzioso e arty.



E per finire degnamente, un concerto dei The Magnetix, un misto tra i White Stripes e gli Hives col cantante che sembra il fratello di Federico Fiumani: molto scazzoni ma assolutamente roccherrollissimi.

PS: a proposito di roccherroll... voi che potete, non perdetevi la prima LebowskiFest italiana...


16 dicembre 2007

Le Rotoballe le saline le discariche.

Tono
Semitono
Monocromo
Ultrasuono
Borderò

Qualche cosa imparerò.
Anche se mi sa di no.

Capita che vai ad un concerto dove suona un gruppo semi-sconosciuto; una sera, magari, che non hai di meglio da fare e hai voglia di uscire un po' per vedere gente, fare cose, prendere una birra e una boccata d'aria fresca. Quasi sempre, il gruppo semi-sconosciuto rimane tale; tu ti bevi la tua birra, ti fai la tua chiacchierata, e se loro sono bravini riesci anche a fare due salti, poi torni a casa e il giorno dopo di loro non ti ricordi nemmeno il nome.
La sera di Venerdì 8 Luglio di due anni fa, a Forlì pioveva che Dio la mandava. Sfidando il tempo a dir poco inclemente, si decide di andare a vedere un concerto alla festa dell'Unità, nella Zona franca (l'area ggiovani - mentre nell'arena centrale c'era l'immarcescibile Sgabanaza Show).
Non appena salgono sul palco i Jean Fabry, ti basta guardarli in faccia per capire che, contrariamente al solito, questo gruppo semi-sconosciuto non te lo scorderai più. Il loro spettacolo non è nemmeno un vero e proprio concerto, ma pare piuttosto un happening rilassato, tra il cabaret-balera e il punk da cantina, una sorta di Frank Zappa al Sangiovese.
Oltre ai pezzi ormai mitici del loro primo (e unico) album, Antonio Baruzzi e compagni snocciolano delle vere e proprie perle ancora criminalmente inedite al grande pubblico: Mercatone (col ritornello ossessivo e megafonato: "sconti su sconti su sconti"), E zir d'e clomb (una mazurka claudicante e piuttosto brilla), La grande Tavana (una quadretto pittorico-esistenziale della bassa romagnola).
E come dimenticare la chiusura del concerto, il gran finale con Marlowe che lancia davvero i pappi dei pioppi sul pubblico? Beh, bisogna averlo visto coi propri occhi.
Immensi.

Finito il concerto, mi precipito sotto il palco a comprare il cd e scopro una grande band dallo spirito cazzone ma con una reale competenza musicale che gioca sull'accostamento di suoni familiari e strani, dalla fisarmonica di CdA, al Theremin di Ma mi sa di no, ai coretti-fantasma di Lamento di un venditore di libri (canzone che mi è particolarmente cara). Testi stralunati e geniali, sottili citazioni musicali (dai Pink Floyd a Jimmy Sommerville) e nessuna presunzione (ah, la vera umilté, come direbbe un loro celebre conterraneo). Qualcosa che mi ricorda lo spirito, se non la musica, dei primi Ottavo Padiglione, quando non erano ancora nessuno e girava una cassetta con su disegnato un accendino (ma qui mi fermo subito per evitare una partenogenesi immediata e incontrollabile di post a cascata...)

In attesa di vederli on stage a Parigi, a quei pochi fortunati che bazzicheranno il contado faentino Venerdì 21 dicembre 2007 (ma conoscendo i miei 12 lettori, non credo che sarete in molti), raccomando lo show dei Jean Fabry denominato sobriamente CELACANTO. Canzoni Ritenute Estinte che i nostri eroi performeranno al Luogocomune (una ex-scuola elementare in mezzo ai campi, tra la Via Emilia e Oriolo dei Fichi, una decina di chilometri verso nordest rispetto al luogo dove è stata scattata la foto del bipede al volante che orna questo post e che mi ricorda il mio glorioso passato di sradicatore di piante da frutto nella premiata ditta DelMonte&Figli: ma qui mi fermo davvero perché se no la cascata non si arresta più...)

6 giugno 2007

Sparklehorse - Live at Elysée Montmartre - 02/06/07

Sembra che per Mark Linkous suonare dal vivo esclusivamente la parte lenta del suo repertorio sia una scelta precisa. E vabbé.

Se - per citare lo Scaruffi - Linkous è "conteso tra il cantautore alla Neil Young e il populista melodico", ammetto che il populista melodico che è in lui non mi dispiace affatto e che è proprio il cortocircuito tra le melodie power-pop e le distorsioni, gli strumenti-giocattolo, le batterie elettroniche che producono, secondo me, il meglio della sua musica. Ma pazienza.

Alla selezione di una scaletta severa e austera, va aggiunta la scelta di dimezzare la velocità(!) dei brani. D'accordo.

Indubbiamente ci vuole una gran classe per lamentarsi un'ora sul palco e produrre uno show di tutto rispetto ed emozionante (nota positiva per le deliziose animazioni proiettate sul palco, opera di Christina Vantzou che suonava pure lo xilofono e spippolava sui macbook). Questo va riconosciuto.

Ma in complesso sono rimasto un po' deluso. Chissà, forse con una sedia sotto il culo avrebbe fatto un'altro effetto. Del resto, era un'ora e poco più di musica da camera.

Di seguito, due pezzi della serata registrati in very low-fi.

getting it wrong

weird sister