Se le spariamo grosse adesso per qualche nevicata, quando l'inferno arriverà davvero (sto guardando The Walking Dead e ça fout un peu la trouille, ma se non vi piacciono le storie di zombi potete sempre leggere Ballard per tranquillizzarvi) non avremo più parole e ci toccherà inventarne di nuove.
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9 dicembre 2010
A Parigi nevica, ma l'inferno è altrove.
Che le condizioni metereologiche siano uno dei temi preferiti dei mezzi di disinformazione di massa, per poter continuare ad avvolgere il cervello del mediacittadino in uno spesso strato di grasso, è cosa risaputa. Pure mi sono un po' stupito, ieri sera, nel sentire l'inviato del TF1 da Chateau-Thierry (locus amoenus a nord est di Parigi, direzione Champagne) ripetere per ben tre volte: "Ici c'est l'enfer", qui è l'inferno. Capisco, certo, che non è bello rimanere fermo in macchina e dover dormire in una palestra di un liceo perché le strade sono bloccate e nessuno ha previsto un piano di intervento serio (tutto ciò mentre Franz glorifica, in sottofondo e con paragone spietato, i Potenti Mezzi Spazzaneve della Autonome Provinz Bozen). Ma addirittura l'inferno! Capisco pure che il povero cronista bloccato sulla A4 abbia freddo, ma via: l'inferno? Senza scomodare Rigoni Stern (dopo aver letto Il sergente nella neve ci penso sempre due volte prima di dire "ho freddo"), bisognerebbe seriamente porre un freno all'uso sconsiderato di termini e aggettivi; ci vorrebbe una moratoria di queste iperboli idiote che finiscono per togliere il senso reale alle cose. L'enfer, c'est les autres, diceva già quel tale. Ma l'inferno è - per adesso - altrove. Parlare di inferno a Chateau-Thierry mentre ad Haiti si muore di colera, oppure - senza andare tanto lontano - mentre tutte le notti di questo inverno migliaia di SDF (Sans Domicile Fixe) e famiglie precarie combattono contro il freddo ai margini delle città di una civilissima Francia, sembra quantomeno fuori luogo.
Se le spariamo grosse adesso per qualche nevicata, quando l'inferno arriverà davvero (sto guardando The Walking Dead e ça fout un peu la trouille, ma se non vi piacciono le storie di zombi potete sempre leggere Ballard per tranquillizzarvi) non avremo più parole e ci toccherà inventarne di nuove.
Se le spariamo grosse adesso per qualche nevicata, quando l'inferno arriverà davvero (sto guardando The Walking Dead e ça fout un peu la trouille, ma se non vi piacciono le storie di zombi potete sempre leggere Ballard per tranquillizzarvi) non avremo più parole e ci toccherà inventarne di nuove.
13 ottobre 2010
Dialogo semivero tra Nicolas Sarkozy e il suo consigliere sociale a proposito di un editoriale di un giornale di sinistra sulla riforma delle pensioni
(Il capo dello Stato francese, all'Eliseo, chiama a gran voce il nome di Raymond Soubie, «consigliere sociale» del capo dello Stato francese).
- Mi ha chiamato, Nicolas?
- Dieci volte.
- Non ho sentito: stavo rispondendo ai giornalisti.
- Appunto, Raymond: volevo sapere se è stato lei a scrivere l’editoriale di Laurent Joffrin uscito ieri su Libération.
- Io?
- Lei.
- Assolutamente no.
- Eppure, guardi: quello che c’è scritto ricorda furiosamente i suoi appunti sulla riforma delle pensioni.
- Non è una novità.
- Certo, ma fino a questo punto! Già inizia con lo scrivere che «Tutti possono capire che sono necessari dei sacrifici».
- Ho letto.
- Ma non è il fondamento delle nostre menzogne?
- Temo di sì.
- E poi, guardi ancora, scrive pure che «la maggioranza dei francesi, palesemente, giudica che non si può rimanere a questo punto e che una riforma, questa o un’altra, è necessaria».
- Fedele Joffrin!
- E qui ancora – giuro che qui mi sembra davvero lei – eccolo che fustiga «coloro i quali sperano in una radicalizzazione del movimento»!
- Aaaaahhh… i piccoli bastardi!
- E ascolti questa, Raymond: «Le dirigenze sindacali, ai vertici e nelle imprese, non possono trasformarsi in mercanti di illusioni»!
- Non l’avrei detto meglio.
- Ma appunto: non è stato scritto sotto la sua dettatura?
- Le giuro di no.
- Ma Joffrin non è di sinistra?
- Certo che sì: ma di destra.
- Mi ha chiamato, Nicolas?
- Dieci volte.
- Non ho sentito: stavo rispondendo ai giornalisti.
- Appunto, Raymond: volevo sapere se è stato lei a scrivere l’editoriale di Laurent Joffrin uscito ieri su Libération.
- Io?
- Lei.
- Assolutamente no.
- Eppure, guardi: quello che c’è scritto ricorda furiosamente i suoi appunti sulla riforma delle pensioni.
- Non è una novità.
- Certo, ma fino a questo punto! Già inizia con lo scrivere che «Tutti possono capire che sono necessari dei sacrifici».
- Ho letto.
- Ma non è il fondamento delle nostre menzogne?
- Temo di sì.
- E poi, guardi ancora, scrive pure che «la maggioranza dei francesi, palesemente, giudica che non si può rimanere a questo punto e che una riforma, questa o un’altra, è necessaria».
- Fedele Joffrin!
- E qui ancora – giuro che qui mi sembra davvero lei – eccolo che fustiga «coloro i quali sperano in una radicalizzazione del movimento»!
- Aaaaahhh… i piccoli bastardi!
- E ascolti questa, Raymond: «Le dirigenze sindacali, ai vertici e nelle imprese, non possono trasformarsi in mercanti di illusioni»!
- Non l’avrei detto meglio.
- Ma appunto: non è stato scritto sotto la sua dettatura?
- Le giuro di no.
- Ma Joffrin non è di sinistra?
- Certo che sì: ma di destra.
(L’originale qui)
1 ottobre 2010
TV e politica. Del pubblico e del privato
In Francia, in questi giorni, fa notizia uno scambio di cortesie tra il deputato PS Arnaud Montebourg e il Direttore Generale di TF1, prima tv privata francese di proprietà del colosso dell’edilizia e delle telecomunicazioni Bouygues. Il deputato PS avrebbe dichiarato ad un giornalista, a microfoni spenti, che è il momento di «picchiare duro su TF1: è la tv della destra, la tv che veicola idee che distruggono la Francia; è la tv dell’individualismo, la tv dei soldi, la tv del martellamento sull’insicurezza». Il microfono però non era spento e la dichiarazione fa il giro del web. Nonce Paolini, direttore di TF1, manda allora al deputato una richiesta di scuse per le sue parole, giudicate “inammissibili”. Arnaud Montebourg, nella lunga lettera che invia in risposta, non solo non si scusa ma attacca ancora più a fondo la politica culturale di TF1: «Se c’è qualcuno che deve presentare delle scuse - dice Montebourg - è piuttosto TF1 che deve scusarsi con la Francia intera». Di seguito una serie di estratti piuttosto interessanti dalla lettera del deputato PS che può essere letta integralmente qui:
Il canale che lei dirige utilizza a fini commerciali il dominio pubblico herziano, proprietà pubblica che appartiene alla Nazione intera. Di questa proprietà, TF1 e i suoi azionisti sono, secondo la legge, solamente utilizzatori a titolo precario e concessionari fragili ed effimeri. Lo sguardo libero e intransigente di un rappresentante della nazione sul comportamento di un canale che fa un utilizzo contestabile di questo bene pubblico, è parte dei suoi doveri politici e morali elementari. TF1 non ha altra scelta che accettare, piaccia o meno, ogni critica pubblica del suo operato, poiché la televisione rimane un bene collettivo appartenente a tutti i francesi, anche quando essa si esercita nella forma dell’impresa privata che lei presiede. […]
I rapporti di vicinanza politica tra l’orientamento editoriale di TF1 e il potere attuale pone il problema, in una democrazia, del rispetto del pluralismo e della separazione degli interessi pubblici da quelli privati. TF1, a questo proposito, ha una lunga, per così dire, fedina penale, costituita da richiami all’ordine e sanzioni per violazione delle regole del pluralismo politico. Ultimamente, lei ha ritenuto di dover dare la parola per più di 2 ore al Presidente della Repubblica, capo del partito di maggioranza, in un orario di massimo ascolto, lasciando soltanto 4 minuti alla replica della principale dirigente dell’opposizione. Ancora, secondo il Consiglio Superiore degli Audiovisisivi, nel primo trimestre 2010, cumulando TF1 e LC1, il vostro canale di informazione, lei ha offerto 32 ore di tempo di parola al Presidente della Repubblica, al Governo e all’UMP contro 8 ore ai membri dell’opposizione. […]
L’enormità delle violazioni, la pesantezza delle sanzioni e la ripetizione delle infrazioni da più di quindici anni mi portano a considerare la condotta di TF1 come un continuo disprezzo delle nostre leggi e delle nostre regole. Malgrado questi comportamenti biasimevoli, TF1 ha nondimeno ottenuto dai governi e dalle maggioranze parlamentari che si sono succeduti numerosi privilegi e vantaggi indebiti: attenuazione del dispositivo anticoncentrazione, rinnovamento automatico della concessione senza bando di concorso, diritto a una seconda interruzione pubblicitaria durante i film, introduzione forzata sulla tv digitale terrestre - che ha provocato le vive reazioni dei suoi concorrenti. […] TF1 esercita, con la complicità dello Stato, un monopolio privato vantaggioso e incontrollabile su un bene pubblico.[...]
Ma non sono questi i problemi più gravi. Sul piano culturale, bisogna ricordare i danni considerevoli che il suo canale ha provocato sulla visione che i francesi hanno di loro stessi e della nostra società contemporanea. Io mi permetto di sostenere, come è giusto che un rappresentante della Nazione possa farlo, che lei ha partecipato con metodo e costanza all’impoverimento dell’immaginario collettivo dei Francesi. Nella settimana dal 29 settembre al 5 ottobre 2010, lei ha scelto di consacrare 41 ore e mezzo a trasmissioni legate al denaro, televendite o giochi il cui motore principale è l’allettamento del lucro. Le relazioni tra gli uomini non dipendono unicamente dal denaro e una società non potrà mai ridursi a ciò. Eppure su TF1 il denaro è sciaguratamente ovunque. […]
Nel 1987, la società Bouygues aveva ottenuto il diritto di comprare TF1 facendo valere un preteso e sedicente “miglioramento culturale”. Il suo illustre predecessore, Patrick Le Lay, dichiarò, quasi 20 anni più tardi: “Quello che noi vendiamo a Coca-Cola è tempo disponibile del cervello umano”. Ricordo che qualche giorno dopo questa dichiarazione, la Società dei Compositori e degli Autori dichiarava: “Le parole del presidente di TF1 testimoniano del livello di degrado che può raggiungere la tv, sono segno di cinismo, disprezzo e arroganza.” […] Lei converrà con me che non è illegittimo pensare che il suo canale abbia una considerevole responsabilità nella degradazione del livello del dibattito democratico francese e della rappresentazione che i francesi hanno di loro stessi.
17 maggio 2010
Luoghi comuni da centomila anni
ALBIONE
Sempre preceduta da bianca, perfida, positiva. C'è mancato poco che Napoleone la conquistasse. Farne l'elogio: la libera Inghilterra.
(Gustave Flaubert, Dictionnaire des idées reçues)
19 aprile 2010
Tenetevelo e apponetevelo, altresì, dove vi pare
"Vi segnaliamo, altresì, che coloro i quali aderiranno alla cerimonia, dovranno portare una marca da bollo da €14,62, che dovrà poi apporsi sul relativo diploma all'atto di consegna.
Cordiali saluti"
25 febbraio 2010
La mia identità nazionale
[Ok: la smetterò di spammare il blog con traduzioni di articoli. Questo però l'ho trovato davvero bello e volevo condividerlo con i non francofoni]
Il soggetto, lanciato dalle più alte autorità del paese, è stato ripreso dalla stampa, in più o meno cattiva fede. Devo tuttavia confessare che questo dibattito mi è sfuggito completamente. Come alla maggior parte dei francesi, suppongo.
Ma oggi la questione mi ha colpito in pieno: «Quale Dipartimento vuole?» mi ha chiesto il meccanico. Ero lì, con il mio libretto nuovo, per far mettere le targhe sulla macchina che mi sono appena regalato: una 4x4 di otto anni fa, imbarazzante, inquinante e per dirla tutta, anacronistica.
«Eh?»
La macchina è immatricolata nel 27 [Eure], il meccanico sta nel 95 [Val d'Oise], io abito nel 78 [Yvelines] e sono nato nel 92 [Hauts-de-Seine].
«Non si può farne a meno?», gli domando ingenuamente.
«No, è obbligatorio, ma lei può scegliere il Dipartimento che preferisce». Allora mi offre un caffè e discutiamo un po', lui e io, per arrivare alla conclusione, pienamente condivisa, che siamo comunque fortunati a vivere in un'epoca in cui si può scegliere qualcosa di obbligatorio...
E mentre mi montava le targhe, io mi lasciavo andare ad una riflessione.
Sono nato in Francia, da un padre greco e da una madre «dell'Assistenza», come si diceva all'epoca. Non so dove si siano conosciuti, ma propendo per la banchina di un binario. Non stavano fermi un attimo. Passavamo il nostro tempo a traslocare, sembravamo dei fuggiaschi. Devo essere uno dei rari bambini ad aver frequentato una buona dozzina di scuole diverse tra la materna e la media. Non che la cosa abbia inciso sui miei studi, poiché avevo comunque deciso di non combinare nulla.
Mio padre è stato naturalizzato cittadino francese dopo la guerra, ma non per meriti militari. Quando avrebbe voluto arruolarsi per difendere il paese che lo aveva accolto, lo hanno sbattuto in un campo. Credo lo chiamassero un «centro di raduno per stranieri». Sembra che ci fossero persone di ogni nazionalità. Certo, non era mica Auschwitz, ma era duro, da quello che ci ha raccontato. Soprattutto il freddo. Lo hanno liberato quando ha iniziato a sputare sangue. Perché non infettasse gli altri, suppongo. La Francia, non riconoscente ma forse pentita, ha deciso di naturalizzare questi stranieri che aveva sbattuto nei campi.
Molto tempo dopo, quando mio padre non era già più di questo mondo, la sua storia mi è tornata in mente mentre chiedevo una nuova carta d'identità. Al comune mi hanno detto: «Ah, lei è nato da un padre straniero! Bisogna provare che lei ha optato per la nazionalità francese prima della sua maggiore età». O il contrario, non mi ricordo più.
Fu allora che ebbi un primo dubbio. Prima, la questione non mi aveva mai nemmeno sfiorato. Ero funzionario, poliziotto da parecchi anni. Da giovane mi avevano mandato a visitare il Maghreb e, cercando bene in fondo a qualche cassetto, avrei forse potuto trovare qualche ninnolo di queste avventure passate.
Ma io ero veramente Francese?
E oggi, davanti a questo meccanico dall'accento venuto d'altrove, la domanda mi si è ripresentata sotto un altro punto di vista: Francese sì, ma di quale regione? Nessun parente né in Bretagna né in Corsica. Nessuna casa di famiglia con la soffitta zeppa di ricordi pieni di ragnatele, nessun pezzo di terra al quale aggrapparmi.
Un po' disorientato, ho ripreso il volante della mia 4x4 di un'altra epoca, munita delle sue targhe belle nuove, con su stampato 973.
Da quando ho letto Papillon, ho sempre avuto voglia di visitare la Guyana.
(L'originale è qui. George Moréas, ex-commissario di polizia e scrittore, ha un blog invitato su Le Monde: Police et cetera).
5 febbraio 2010
L'esercito israeliano ha cambiato le sue regole per la guerra a Gaza
Un anno dopo l'offensiva israeliana su Gaza (27 dicembre 2008 - 17 gennaio 2009), mentre Israele sostiene la tesi di un'operazione conforme al diritto internazionale, alcune testimonianze esclusive, raccolte da Le Monde, gettano una luce sinistra sui metodi dell'esercito israeliano. Nel momento in cui Israele continua a rifiutare di aprire un'inchiesta indipendente sulle accuse di crimini di guerra formulati dal rapporto Goldstone, commissionato dall'ONU, queste testimonianze indicano che l'Alto Comando di Tsahal ha instaurato una procedura di apertura del fuoco molto permissiva rispetto alle regole ufficiali.
La controversia gravita attorno ad una formula-chiave del gergo militare israeliano: «emtza'im vé kavana» («i mezzi e le intenzioni»), un binomio familiare a tutti i soldati che codifica il loro comportamento in terreno ostile.
Secondo questa formula, un individuo viene considerato un bersaglio soltanto se è armato («i mezzi») e se manifesta un'intenzione di nuocere («le intenzioni»). Un memorandum destinato ai coscritti, datato 2006, che Le Monde ha potuto consultare, prescrive che «sparare su una persona armata è unicamente consentito se si dispone di informazioni concrete che indichino che questa persona ha intenzione di agire contro le nostre forze».
Ma nel mese di agosto 2009, davanti ad un giornalista del quotidiano Yediot Aharonot, un ufficiale superiore ha riconosciuto per la prima volta che queste restrizioni, fondamenti dell'etica militare israeliana, erano state rimosse durante l'operazione «Piombo fuso». «I mezzi e le intenzioni è una terminologia adatta ad un'operazione di arresti in Cisgiordania. L'esercito israeliano è venuto fuori malconcio dalla seconda guerra del Libano a causa di una terminologia inadatta. Il concetto di "mezzi e intenzioni" è figlio di circostanze differenti. Qui non si tratta di una classica operazione antiterrorista [...] La persona che deve azionare ordigni esplosivi non ha bisogno di portare un kalashnikov. Gli basta camminare, osservare, paralare al telefono e bum! Cinque soldati saltano in aria. [...] La differenza è netta».
L'inchiesta del giornalista di Yediot Aharonot non è mai stata pubblicata. Le parole dell'ufficiale, di cui Le Monde ha potuto prendere conoscenza, contraddicono la versione ufficiale che mette l'accento sul rispetto delle leggi militari e considera le morti di civili come «incidenti isolati», inevitabili di fronte ad un nemico pronto a nascondersi nelle zone abitate. «Se le parole dell'ufficiale descrivono effettivamente le regole di ingaggio in vigore durante l'operazione "Piombo fuso", allora si tratta di una prova che conferma le accuse contro Israele», dice l'avvocato Michaël Sfard, difensore dei Palestinesi. «"I mezzi e le intenzioni" sono i parametri secondo i quali una persona viene identificata come combattente. Rinunciare anche ad uno solo di essi equivale ad accordare una licenza di uccidere i civili», aggiunge.
I 22 giorni di offensiva si erano chiusi con un'ecatombe da parte palestinese (1385 morti, di cui 762 non combattenti, secondo l'organizzazione israeliana B'Tselem) e con la morte di 13 israeliani (10 soldati e 3 civili).
In luglio 2009, l'associazione israeliana Breaking the Silence aveva pubblicato una serie di testimonianze di soldati che hanno combattuto a Gaza. «Se non sei sicuro, uccidi», diceva uno di loro. «Ci hanno detto che è una guerra, e che in una guerra l'apertura del fuoco non ha restrizioni», spiegava un altro. Lo Stato Maggiore israeliano aveva immediatamente parlato di «campagna di diffamazione», assicurando che Tsahal è «uno degli eserciti più morali del mondo».
Secondo Mikhael Manekin, vicedirettore di Breaking the Silence, la confessione involontaria dell'ufficiale corrobora a posteriori le testimonianze raccolte. «Le regole di apertura del fuoco sono state radicalmente modificate. In alcune zone non ve ne erano proprio. Si tratta di una violazione della legge e del codice militare israeliano».
Un altro ufficiale incontrato da Le Monde spiega la logica soggiacente a questa deriva. Di stanza nel quartier generale di una brigata, proprio di fronte a Gaza, egli ha potuto osservare da vicino lo sviluppo dell'offensiva. «L'idea-forza era che Hamas non rispetta le regole del gioco, visto che i suoi militanti non hanno uniforme e non portano sempre le armi. Abbiamo allora deciso anche noi di aggirare le regole. I nostri comandanti precisavano che ciò non implicava il disprezzo della vita dei civili. Contrariamente a quello che afferma il rapporto Goldstone, io non penso che l'esercito abbia ucciso deliberatamente dei civili. Era chiaro, però, che noi dovevamo fare cifra; che da Saïd Siam (l'ex ministro degli interni di Hamas, ucciso in un bombardamento) al semplice impiegato di un'organizzazione caritativa, ogni membro di Hamas era un terrorista che meritava di essere ucciso. Era altrettanto chiaro che la protezione della vita dei soldati aveva la priorità», precisa l'ufficiale.
Secondo questo testimone privilegiato, il principio del rischio zero si è tradotto in una tecnica di messa in sicurezza del terreno in tre tempi. All'inizio, si inondava la zona di volantini che intimavano alla popolazione di partire in un dato lasso di tempo. Successivamente, si scrutava il terreno alla ricerca della minima presenza sospetta. A questo punto, se era il caso, si inviavano dei droni armati di missili. «I nostri parametri erano semplici – dice l'ufficiale. Un individuo di sesso maschile, che non è né un bambino né un anziano, che cammina per strada al di là dell'ora limite, diventa un sospetto. Conosco almeno un caso in cui questa verifica è bastata per tirare un missile su un palestinese. È soltanto dopo che l'agente dello Shin Beth (il servizio di sicurezza interna) ci dice se il missile ha ucciso la persona giusta. È il principio dell'assassinio mirato, ma al contrario. Prima si uccide, e poi si verifica che fosse giustificato».
In tutta risposta, l'esercito israeliano si riferisce a un rapporto del luglio 2009, intitolato «L'operazione a Gaza, aspetti pratici e legali». Secondo questo documento, le regole di apertura del fuoco durante l'operazione «Piombo fuso» stipulavano che «solo i bersagli militari devono essere attaccati» e che «qualsiasi attacco contro obiettivi civili deve essere proibito».
Benjamin Barthe
Articolo originale: http://www.lemonde.fr/proche-orient/article/2010/02/03/enquete-sur-les-methodes-de-tsahal-a-gaza_1300502_3218.html
La controversia gravita attorno ad una formula-chiave del gergo militare israeliano: «emtza'im vé kavana» («i mezzi e le intenzioni»), un binomio familiare a tutti i soldati che codifica il loro comportamento in terreno ostile.
Secondo questa formula, un individuo viene considerato un bersaglio soltanto se è armato («i mezzi») e se manifesta un'intenzione di nuocere («le intenzioni»). Un memorandum destinato ai coscritti, datato 2006, che Le Monde ha potuto consultare, prescrive che «sparare su una persona armata è unicamente consentito se si dispone di informazioni concrete che indichino che questa persona ha intenzione di agire contro le nostre forze».
Ma nel mese di agosto 2009, davanti ad un giornalista del quotidiano Yediot Aharonot, un ufficiale superiore ha riconosciuto per la prima volta che queste restrizioni, fondamenti dell'etica militare israeliana, erano state rimosse durante l'operazione «Piombo fuso». «I mezzi e le intenzioni è una terminologia adatta ad un'operazione di arresti in Cisgiordania. L'esercito israeliano è venuto fuori malconcio dalla seconda guerra del Libano a causa di una terminologia inadatta. Il concetto di "mezzi e intenzioni" è figlio di circostanze differenti. Qui non si tratta di una classica operazione antiterrorista [...] La persona che deve azionare ordigni esplosivi non ha bisogno di portare un kalashnikov. Gli basta camminare, osservare, paralare al telefono e bum! Cinque soldati saltano in aria. [...] La differenza è netta».
L'inchiesta del giornalista di Yediot Aharonot non è mai stata pubblicata. Le parole dell'ufficiale, di cui Le Monde ha potuto prendere conoscenza, contraddicono la versione ufficiale che mette l'accento sul rispetto delle leggi militari e considera le morti di civili come «incidenti isolati», inevitabili di fronte ad un nemico pronto a nascondersi nelle zone abitate. «Se le parole dell'ufficiale descrivono effettivamente le regole di ingaggio in vigore durante l'operazione "Piombo fuso", allora si tratta di una prova che conferma le accuse contro Israele», dice l'avvocato Michaël Sfard, difensore dei Palestinesi. «"I mezzi e le intenzioni" sono i parametri secondo i quali una persona viene identificata come combattente. Rinunciare anche ad uno solo di essi equivale ad accordare una licenza di uccidere i civili», aggiunge.
I 22 giorni di offensiva si erano chiusi con un'ecatombe da parte palestinese (1385 morti, di cui 762 non combattenti, secondo l'organizzazione israeliana B'Tselem) e con la morte di 13 israeliani (10 soldati e 3 civili).
In luglio 2009, l'associazione israeliana Breaking the Silence aveva pubblicato una serie di testimonianze di soldati che hanno combattuto a Gaza. «Se non sei sicuro, uccidi», diceva uno di loro. «Ci hanno detto che è una guerra, e che in una guerra l'apertura del fuoco non ha restrizioni», spiegava un altro. Lo Stato Maggiore israeliano aveva immediatamente parlato di «campagna di diffamazione», assicurando che Tsahal è «uno degli eserciti più morali del mondo».
Secondo Mikhael Manekin, vicedirettore di Breaking the Silence, la confessione involontaria dell'ufficiale corrobora a posteriori le testimonianze raccolte. «Le regole di apertura del fuoco sono state radicalmente modificate. In alcune zone non ve ne erano proprio. Si tratta di una violazione della legge e del codice militare israeliano».
Un altro ufficiale incontrato da Le Monde spiega la logica soggiacente a questa deriva. Di stanza nel quartier generale di una brigata, proprio di fronte a Gaza, egli ha potuto osservare da vicino lo sviluppo dell'offensiva. «L'idea-forza era che Hamas non rispetta le regole del gioco, visto che i suoi militanti non hanno uniforme e non portano sempre le armi. Abbiamo allora deciso anche noi di aggirare le regole. I nostri comandanti precisavano che ciò non implicava il disprezzo della vita dei civili. Contrariamente a quello che afferma il rapporto Goldstone, io non penso che l'esercito abbia ucciso deliberatamente dei civili. Era chiaro, però, che noi dovevamo fare cifra; che da Saïd Siam (l'ex ministro degli interni di Hamas, ucciso in un bombardamento) al semplice impiegato di un'organizzazione caritativa, ogni membro di Hamas era un terrorista che meritava di essere ucciso. Era altrettanto chiaro che la protezione della vita dei soldati aveva la priorità», precisa l'ufficiale.
Secondo questo testimone privilegiato, il principio del rischio zero si è tradotto in una tecnica di messa in sicurezza del terreno in tre tempi. All'inizio, si inondava la zona di volantini che intimavano alla popolazione di partire in un dato lasso di tempo. Successivamente, si scrutava il terreno alla ricerca della minima presenza sospetta. A questo punto, se era il caso, si inviavano dei droni armati di missili. «I nostri parametri erano semplici – dice l'ufficiale. Un individuo di sesso maschile, che non è né un bambino né un anziano, che cammina per strada al di là dell'ora limite, diventa un sospetto. Conosco almeno un caso in cui questa verifica è bastata per tirare un missile su un palestinese. È soltanto dopo che l'agente dello Shin Beth (il servizio di sicurezza interna) ci dice se il missile ha ucciso la persona giusta. È il principio dell'assassinio mirato, ma al contrario. Prima si uccide, e poi si verifica che fosse giustificato».
In tutta risposta, l'esercito israeliano si riferisce a un rapporto del luglio 2009, intitolato «L'operazione a Gaza, aspetti pratici e legali». Secondo questo documento, le regole di apertura del fuoco durante l'operazione «Piombo fuso» stipulavano che «solo i bersagli militari devono essere attaccati» e che «qualsiasi attacco contro obiettivi civili deve essere proibito».
Benjamin Barthe
Articolo originale: http://www.lemonde.fr/proche-orient/article/2010/02/03/enquete-sur-les-methodes-de-tsahal-a-gaza_1300502_3218.html
12 dicembre 2009
Confine di Stato
Leone spiegava con perizia: "Vedi, amico, le cose andranno così: noi faremo quello che dobbiamo fare. Lo faremo bene, talmente bene che la gente crederà che siano stati i rossi a farlo. A quel punto sarà il popolo a chiederci di intervenire. E se i piani alti non saranno d'accordo..."
Sterling finì la frase: "Allora saranno cazzi amari".
Leone sorrideva. Accese una papier mais: "Colpo di Stato, amico. Puro e semplice. Siamo armati, addestrati. Abbiamo i mezzi, gli uomini e la capacità. Ci prenderemo il Paese in una notte. E cacceremo i comunisti a calci in culo."
Sterling, alzando il bicchiere colmo di Pernod: "Volesse Iddio!".
Leone, occhi di ghiaccio: "Gott mit uns, camerata".
La notte tra l'11 e il 12 dicembre non dormì nessuno. Troppa tensione, troppi dettagli da ripassare. Qualche ora di sonno al mattino del 12. Le polveri avrebbero preso fuoco alle 16.00.
Sterling finì la frase: "Allora saranno cazzi amari".
Leone sorrideva. Accese una papier mais: "Colpo di Stato, amico. Puro e semplice. Siamo armati, addestrati. Abbiamo i mezzi, gli uomini e la capacità. Ci prenderemo il Paese in una notte. E cacceremo i comunisti a calci in culo."
Sterling, alzando il bicchiere colmo di Pernod: "Volesse Iddio!".
Leone, occhi di ghiaccio: "Gott mit uns, camerata".
La notte tra l'11 e il 12 dicembre non dormì nessuno. Troppa tensione, troppi dettagli da ripassare. Qualche ora di sonno al mattino del 12. Le polveri avrebbero preso fuoco alle 16.00.
(Simone Sarasso, Confine di Stato)
30 novembre 2009
I casi mortali si moltiplicarono e divenne evidente che si trattava di una vera epidemia
(dal Blog Vive le Feu! di Sebastien Fontenelle: http://www.politis.fr/Les-Cas-Mortels-Se-Multiplierent,8789.html)
No, amico, non scappare: non ti parlerò (affatto) dell'H1N1, ma di un altro virus: eccolo qui, ingradito un milione di volte:
Se ti chiami Raymond, René, Roger (o Brice), niente panico: sei probabilmente immune. Se invece hai un nome un po' sabbioso, tipo Ali, Hakim, Lamine, o Mohamed, non vorrei spaventarti, ma stai proprio in mezzo alla popolazione a rischio.Giudica tu: il 17 giugno 2007, Lamine Dieng (25 anni) sale su un furgone della polizia.
Dopo un po', muore.
Altro caso: il 9 giugno 2009, Ali Ziri (69 anni) sale su un furgone della polizia.
Dopo un po', muore.
Altro caso: il 24 settembre 2009, Hakim Djelassi (31 anni) sale su un furgone della polizia.
Dopo un po', muore.
Altro caso: il 12 novembre 2009, Mohamed Boukrourou, 41 anni, sale su un furgone della polizia.
Dopo un po', muore.
Come avrai capito, questo virus, apparso all'indomani dell'elezione del nuovo capo dello Stato francese, contagia - fino ad ora - soltanto Neri e Arabi. (Un po' come se avesse ascoltato troppo qualche nostro pensatore mediatico). Ovviamente le autorità tendono a rassicurare, arrivando perfino a negare la sua pericolosità. Dopo ogni decesso, iniziano a spergiurare che la vittima era debole di cuore e cose del genere[1].
Ma nella vera vita, ci troviamo davanti ad un germe realmente patogeno: se ti chiami Mohamed, è ora di metterti a pregare che trovino rapidamente un vaccino, perché - statisticamente - hai molte più possibilità di venire infettato rispetto al tuo vicino alverniate DOC.
(Ma sii discreto, in ogni caso, quando preghi: ti ritrovi già un nome incredibilmente provocante, sarebbe spiacevole che ti denuncino anche come jihadista, ok?)
(Ma sii discreto, in ogni caso, quando preghi: ti ritrovi già un nome incredibilmente provocante, sarebbe spiacevole che ti denuncino anche come jihadista, ok?)
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[1] Nel caso di Mohamed Boukrourou, l'ultimo in ordine di tempo, le autorità hanno invocato dapprima «la combinazione di un'alterazione cardiovascolare e di uno stress acuto»: solo dopo l'autopsia si è scoperta una «compressione della cassa toracica» e soltanto in occasione della toilette mortuaria, i suoi parenti hanno notato che «aveva la guancia destra spaccata e abrasa, gli occhi tumefatti, l'arcata sopraccigliare destra infossata, un orecchio rovinato».
12 novembre 2009
Sarkozy c'era
Il Presidente della Repubblica Francese Nicolas Sarkozy ha raccontato sulla sua pagina di Facebook (con parole semplici ma commoventi) come il mattino del 9 novembre di 20 anni fa decise insieme a Alain Juppé di correre a Berlino per essere presente all'evento storico che si profilava. Arrivati nella capitale tedesca, incontrano per caso il giovane François Fillon, ed arrivano a partecipare alla festa, dando "qualche colpo di piccone" al muro che stava crollando. Segue foto che immortala il giovane Nicolas nell'atto simbolico di buttare giù il muro.
In realtà, Le Petit Nicolas a Berlino non arrivò il 9 sera, ma una settimana più tardi. Una bugia tanto stupida quanto inutile dimostra la tronfia vanagloria del personaggio, presto vendicata sulla Rete: sul sito Nicolasyetait.com potrete trovare altre immagini di altre storiche partecipazioni di Nicolas Sarkozy. Noi ne abbiamo scelto qualcuna un po' a caso:
Luglio 1830 (per il giorno preciso chiedere a Alain)
Le "Tre Gloriose" immortalate da Delacroix. Nicolas c'era: è lui che, distrattamente, suggerisce alla Libertà di raccogliere una bandiera e di sventolarla, insufflando così uno slancio patriottico agli scontenti. Con umiltà, partecipò per la prima volta alla creazione di un movimento popolare. In seguito, tutta la letteratura francese prese ispirazione da questo giovane uomo in secondo piano per raccontare le storie nelle quali gli uomini sanno comandare le loro mogli.Lunch on top of a skyscraper!
E' il 1932 e Nicolas Sarkozy, di passaggio a New York, decide di dare una mano agli operai che costruiscono il Rockefeller Center.
Dallas, 1968
Nicolas Sarkozy, in vacanza a Dallas, incrocia casualmente la limousine di John F. Kennedy. Grande amico di Jackie per via di sua moglie Carla, Nicolas preferisce correre sul lato sinistro della macchina.
11 novembre 2009
L'ex-Festa dell'Armistizio
Per volontà di Sarkozy, da oggi i francesi non celebreranno più la festa dell'armistizio, ma la festa dell'amicizia franco-tedesca. I dettagli in un articolo di Brave Patrie, rivista on-line che noi fortemente sosteniamo.
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Nel quadro del grande dibattito sull'identità nazionale lanciato da Eric Besson, Nicolas Sarkozy aggiunge un interessante argomento che ha attirato l'attenzione della redazione di Brave Patrie: l'11 novembre, data che segna la sola (o quasi) vittoria militare della Francia moderna, non è un elemento di identità nazionale, ma la festa dell'amicizia franco-tedesca. Nicolas Sarkozy mette dunque fine allo spirito di revanscismo del 1871; Angela Merkel, da parte sua, ha ufficialmente abbandonato le rivendicazioni sull'Alsazia-Lorena.
11 novembre 1918. Mentre Nicolas Sarkozy - ancora di nazionalità tzigana - ha appena iniziato la sua eroica battaglia contro le orde comuniste che già prendono d'assalto l'Europa dell'Est, Foch e Erzberger si riuniscono a Rethondes per festeggiare l'amicizia franco-tedesca attorno ad uno sgnappino. Per ragioni che rimangono ancora sconosciute, nessun cancelliere tedesco era mai stato fino ad oggi invitato alle commemorazioni, tranne uno che si presentò spontaneamente il 22 giugno 1940 davanti al vagone delle feste, ma, sfortunatamente, nel giorno sbagliato. Che idiota! Ma ora il torto viene riparato: Angela Merkel e la Bundeswehr saranno sugli Champs-Elysées l'11 novembre 2009.
Le celebrazioni di quest'anno contempleranno qualche piccola novità. La tradizionale deposizione della corona d'alloro sarà sostituita da un cocktail-party sulla tomba del Milite Ignoto con degustazione di Choucroute, piatto tradizionale alsaziano che simboleggia l'avvicinamento delle nostre due culture, accompagnato da Enrico Macias che intonerà prima la Marsigliese e poi il Deutschlandlied. La serata si terminerà con la distruzione simbolica del Trattato di Versailles e con una rievocazione della battaglia di Verdun a Eurodisney, con Christian Clavier nel ruolo del Maresciallo.
L'Eliseo giustifica la presenza dei Tedeschi alle celebrazioni dell'11 novembre con la scomparsa di tutti i combattenti della Prima Guerra Mondiale - l'ultimo ha tirato le cuoia l'anno scorso. Da ciò si può dedurre che quando moriranno tutti i combattenti del '39-'45, l'8 maggio diventerà la Festa della Birra e della Salsiccia e l'ultima domenica di aprile, già Giornata della Deportazione, diventerà la Festa della Previdenza Sociale e del Finanziamento delle Pensioni. D'altronde, secondo alcune fonti vicini al Ministero dell'identità nazionale, l'anno prossimo potrebbe essere presa in considerazione una data ancor più significativa nella storia della cooperazione franco-tedesca, come per esempio il 24 ottobre, anniversario dell'incontro di Montoire, data ingiustamente ignorata dalla storiografia.
Ecco ciò che dovrebbe far tacere ogni detrattore del concetto di identità nazionale, il cui contenuto si dimostra più consistente di una semplice bandiera, di una pulzella bruciata dagli inglesi, di una canzone che non si deve fischiare, o dei bambini morti nella prigione del Tempio. Tutte le grandi date che rappresentano la celebrazione dei valori patriottici acquistano una nuova dimensione sotto il governo di Nicolas Sarkozy, che la Francia non ringrazierà mai abbastanza.
(l'originale qui)
11 novembre 1918. Mentre Nicolas Sarkozy - ancora di nazionalità tzigana - ha appena iniziato la sua eroica battaglia contro le orde comuniste che già prendono d'assalto l'Europa dell'Est, Foch e Erzberger si riuniscono a Rethondes per festeggiare l'amicizia franco-tedesca attorno ad uno sgnappino. Per ragioni che rimangono ancora sconosciute, nessun cancelliere tedesco era mai stato fino ad oggi invitato alle commemorazioni, tranne uno che si presentò spontaneamente il 22 giugno 1940 davanti al vagone delle feste, ma, sfortunatamente, nel giorno sbagliato. Che idiota! Ma ora il torto viene riparato: Angela Merkel e la Bundeswehr saranno sugli Champs-Elysées l'11 novembre 2009.
Le celebrazioni di quest'anno contempleranno qualche piccola novità. La tradizionale deposizione della corona d'alloro sarà sostituita da un cocktail-party sulla tomba del Milite Ignoto con degustazione di Choucroute, piatto tradizionale alsaziano che simboleggia l'avvicinamento delle nostre due culture, accompagnato da Enrico Macias che intonerà prima la Marsigliese e poi il Deutschlandlied. La serata si terminerà con la distruzione simbolica del Trattato di Versailles e con una rievocazione della battaglia di Verdun a Eurodisney, con Christian Clavier nel ruolo del Maresciallo.
L'Eliseo giustifica la presenza dei Tedeschi alle celebrazioni dell'11 novembre con la scomparsa di tutti i combattenti della Prima Guerra Mondiale - l'ultimo ha tirato le cuoia l'anno scorso. Da ciò si può dedurre che quando moriranno tutti i combattenti del '39-'45, l'8 maggio diventerà la Festa della Birra e della Salsiccia e l'ultima domenica di aprile, già Giornata della Deportazione, diventerà la Festa della Previdenza Sociale e del Finanziamento delle Pensioni. D'altronde, secondo alcune fonti vicini al Ministero dell'identità nazionale, l'anno prossimo potrebbe essere presa in considerazione una data ancor più significativa nella storia della cooperazione franco-tedesca, come per esempio il 24 ottobre, anniversario dell'incontro di Montoire, data ingiustamente ignorata dalla storiografia.
Ecco ciò che dovrebbe far tacere ogni detrattore del concetto di identità nazionale, il cui contenuto si dimostra più consistente di una semplice bandiera, di una pulzella bruciata dagli inglesi, di una canzone che non si deve fischiare, o dei bambini morti nella prigione del Tempio. Tutte le grandi date che rappresentano la celebrazione dei valori patriottici acquistano una nuova dimensione sotto il governo di Nicolas Sarkozy, che la Francia non ringrazierà mai abbastanza.
(l'originale qui)
10 giugno 2009
Hadopi RIP LOL
Il Consiglio Costituzionale francese (omologo della nostra Corte Costituzionale) si è pronunciato sulla legge HADOPI. I giudici hanno deciso che l'accesso a internet e la presunzione di innocenza sono più importanti di un dispositivo imbecille voluto dalle industrie del divertimento per poter perpetuare i loro sistemi obsoleti.All'Alta Autorità per la Diffusione delle Opere e per la Protezione dei diritti su Internet (HADOPI) viene così interdetto qualsiasi potere sanzionatorio previsto dalla legge voluta fortemente da Sarkozy (in particolare la sospensione dell'accesso ad internet).
"E' una grande vittoria per i cittadini i quali hanno provato che potevano agire insieme per proteggere la loro libertà. La "Reazione graduale" è definitivamente affossata. Resta in piedi una gigantesca macchina che produce spam per le industrie del divertimento, pagata con i soldi dei contribuenti. Questo evento non segna però la fine della volontà di Nicolas Sarkozy di controllare internet. La prossima legge LOPPSI2 sarà presto presentata e potrebbe stabilire il filtraggio dei contenuti su internet. I cittadini devono celebrare questa grande vittoria ma rimanere vigilanti..." dichiara contento Jéremie Zimmermann, portavoce dell'associazione La Quadrature du Net.
(L'articolo originale è qui: http://www.laquadrature.net/fr/hadopi-le-conseil-constitutionnel-censure-la-riposte-graduee)
scritto da
arcomanno
alle
19:32
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commenti
tags: albanel, foutage de gueule, hadopi, internet, nimportequoi, sarkoland
8 aprile 2009
E voi? Ce l'avete il firewall in Open Office?
Il Ministro della Cultura del governo francese risponde ad un'interrogazione sull'insensatezza, inutilità, pericolosità e stupidità del progetto di legge "Hadopi" su internet e diritto d'autore, approvata qualche giorno fa dall'Assemblea Nazionale al gran completo (a votare, c'erano solo 16 deputati).
Una grande prova di conoscenza approfondita della materia, che infonde fiducia a tutti i sudditi del regno.
Per un approfondimento sulla legge Hadopi:
http://www.laquadrature.net
ULTIM'ORA. CLAMOROSO AL CIBALI. Stamattina, 9 aprile, al definitivo passaggio all'Assemblea Nazionale, la legge HADOPI è stata respinta 21 voti contro 15. La votazione-colpo di scena, disertata dalla stessa maggioranza, rimanda ancora un testo di legge che sarà sempre più difficile approvare. Christine Albanel è delusa e grida al complotto e all'imboscata: si vede che il suo firewall di Open Office non ha funzionato bene. Il titanic, per ora, sembra affondato...
http://www.laquadrature.net/fr/hadopi-rejetee-a-lassemblee
http://www.laquadrature.net
ULTIM'ORA. CLAMOROSO AL CIBALI. Stamattina, 9 aprile, al definitivo passaggio all'Assemblea Nazionale, la legge HADOPI è stata respinta 21 voti contro 15. La votazione-colpo di scena, disertata dalla stessa maggioranza, rimanda ancora un testo di legge che sarà sempre più difficile approvare. Christine Albanel è delusa e grida al complotto e all'imboscata: si vede che il suo firewall di Open Office non ha funzionato bene. Il titanic, per ora, sembra affondato...
http://www.laquadrature.net/fr/hadopi-rejetee-a-lassemblee
23 gennaio 2009
8 settembre 2008
8 settembre: musica maestro!
[disgustorama mode on] Siete voi che avete iniziato con "I ragazzi di Salò...", do you remember, onorevole Violante?
E adesso che cazzo cercate?
Andatevene affanculo.
Tutti quanti. [disgustorama mode off]
E adesso che cazzo cercate?
Andatevene affanculo.
Tutti quanti. [disgustorama mode off]
22 giugno 2008
Libé bling-bling
La scelta di ospitare Carlà in redazione, con copertina e 5 pagine di intervista sulla politica, sulla musica, sulla Francia, sui rapporti col Marito Presidente, rappresenta non di meno un discreto passo in avanti verso il trash, la spazzatura, l'appiattimento totale del grande flying circus mediatico che tutto 'l mondo appuzza.
Per la verità, metà redazione era contraria al progetto e fino alla fine pare che ci siano state non poche frizioni. All'inizio, infatti, l'idea geniale e provocatoria delle teste d'uovo di Libé era quella di far apparire Carlà redattrice-capo per un giorno; di consegnarle, insomma, la redazione per un giorno intero, come avevano già fatto in marzo con un gruppo di studenti di Nanterre per commemorare il '68. Dopo tre giorni di dibattito intenso e trattative, la provocazione si è limitata alla visita in redazione, la copertina e 5 pagine di intervista sullo scibile umano: d'accordo, la first lady non sarà un premio nobel, ma visto che si dichiara "epidermicamente di sinistra", è pur sempre un gran pezzo di figa, canta pure, che si fa: non la si intervista?
Ho sempre pensato che la merda, "epidermicamente", non abbia un buon odore: chissà perché...- 'l primo che risento parla' male di Le Monde diplomatique lo sfondo.
(Compagno Vladimiro Tegoloni, casa del popolo "V. Majakovskij", durante un dibattito post-tombola).
Ultim'ora: pare che il direttore di Libération abbia sottoposto ai suoi redattori un'altra provocazione dal sapore dadaista: consegnare la redazione per un giorno intero a Marion Anne Perrine Le Pen. Benché non comparabile all'ex-modella, la Marine nationale è comunque una bella biondona, pare canti decentemente e più volte ha dichiarato di sentirsi "epidermicamente" vicina ai soixante-huitards, visto che è nata il 5 agosto del 1968.
20 giugno 2008
Ma a paese...
Non so perché insisto a mantenere il segnalibro live di Repubblica.it sulla barra del mio firefox (a proposito, la versione 3 per Ubuntu è fantastica). Ancora meno so perché insisto a schiacciarlo, di tanto in tanto. In giorni come oggi, però, mi rendo conto che la lettura di questo sito, che assomiglia sempre più ad una parodia comica, mi procura delle risate trasversali. La pagina di questo momento, per esempio, è stupenda.
Ma insomma, è proprio divertente questo paese: qual è la risposta di Valtero a uno che gli dà del fallito (e pure legittimamente: provate a chiamare in un altro modo l'exploit di Cicciobello a Roma, ad esempio)? "Hai perso l'occasione per il dialogo...". E comunque, attenzione: in autunno (che mo' c'amo d'anda' in vacanza, 'gnora mia, che vuole: la politica c'ha i suoi tempi) andremo in piazza! Calearo col temuto spezzone del centro sociale Konfindustria in testa al corteo, la Binetti a volto coperto... diciamo la verità, il PD in piazza fa un po' paura a tutti.
A commento di tutto questo, in basso alla pagina, la dichiarazione di Panucci. Sembra che abbia risposto a Ramos il quale aveva detto: "Italia gran calcio, ma a paese..."
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