Il giornale e il sito sono stati prodotti da quei mattacchioni dei The Yes Men. Vi consiglio vivamente la visione del loro film, The Yes Men fix the world, se, quando e come lo daranno in Italia. Io l'ho visto ieri sera su arte (ognuno ha la tv che si merita).
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16 settembre 2009
29 maggio 2008
Biùtiful cauntri
L'altra sera, al cinema Arlequin, si è conclusa un'interessantissima rassegna dedicata all'Italietta e ai suoi malanni con la proiezione di questo doloroso documentario. Allo sfilare dei titoli di coda, una sala strazeppa di espatriati sconvolti e addolorati s'è gettata sul buffet: uno stomaco colpito da un pugno talmente forte ha certo bisogno d'esser seduta stante rimesso in ordine! Nel frattempo era cominciato il dibattito con gli autori... Ai pochi rimasti (per lo più francesi) hai voglia a spiegargli che è tutto vero, che Biùtiful cauntri non è un film, che chi racconta le proprie disgrazie e l'inverosimiglianza delle misure prese - ma soprattutto di quelle NON prese - non sono attori, bensì quel che resta degli abitanti (e delle loro famiglie, delle loro vite, del loro lavoro) di quella terra massacrata. Una terra un tempo rigogliosa e fertile, ora inesorabilmente distrutta. Ecco.Fortunatamente il vero dibattito si è poi tenuto nella hall, tra un'ingorda babbiona e l'altra: non faccio in tempo a constatare come (deis gratia) non conosciamo nessuna di quelle facce che, voltandomi vittoriosa verso Arco con un meritato e sudatissimo bicchiere di orrido Montepulciano d'Abruzzo, me lo trovo a chiacchierare niente meno che col regista, Andrea D'Ambrosio. Sgomita sgomita, guadagnamo la forma di Parmigiano e all'allegra brigata s'aggiunge Peppe Ruggiero, coautore con D'Ambrosio ed Esmeralda Calabria. Tra una battuta ed una risata, è difficile scegliere tra incazzatura e rassegnazione (una disperata ma vitale rassegnazione di pasoliniana memoria)... Anche e soprattutto loro, gli autori, oscillano palesemente tra pessimismo cosmico e prurito alle mani. E anche a non voler guardare più in là del proprio naso, bastava un'occhiatina rapida alla fauna presente in sala, all'intellighenzia dell'italianità a Parigi... beh, che qualcuno m'aiuti a dire "AIUTO"!!!
[Il Viaggiatore nel Tempo] non vedeva, nella crescente ricchezza della civiltà, che un assurdo accumulare è inevitabilmente destinato, alla fine, a ricadere sui suoi creatori e a distruggerli. Se è così, non ci resta che vivere come se così non fosse.
(Herbert George Wells, La macchina del tempo, 1895)
26 febbraio 2008
Roccherrollo da Combattimento

E' stato davvero un peccato non avere avuto più tempo per questo festival che si è tenuto al cinema L'Ecran di Saint-Denis.
Molti sono stati i film proiettati - alcuni davvero unici e rari - ma alla fine ci siamo dovuti "accontentare" di un'intensa tre giorni: due serate in sala e il concerto-reading di Lydia Lunch, "Blood is just memory without language", che è stato forse il momento più alto.
In uno stile classico, quasi beatnick, la sacerdotessa dell'underground newyorchese ha declamato la sua incazzatura nei confronti del mondo, le sue "songs of sex, sorrow and rage" sopra un continuo sottofondo jazzy devastato dall'andamento sincopato delle percussioni: uno spettacolo davvero emozionante.
Di seguito, un pezzo della solo performance di Lydia Lunch registrato live a Saint-Denis con i nostri potenti mezzi tecnologici.
Dei tre film visti, il migliore è stato indubbiamente Joy Division di Grant Gee, un'opera complementare e necessaria rispetto al pur bello Control di Anton Corbijn. Se nella fiction il protagonista era Ian Curtis (il film è stato sceneggiato proprio a partire dal libro autobiografico scritto dalla moglie) qui il protagonista sono i Joy Division. Attraverso rari filmati e foto di repertorio, le immagini di una freddissima Manchester, le interviste ai membri del gruppo, ai produttori, agli amici di Ian Curtis (molto toccante l'intervista ad Annick, la giornalista belga con cui visse la sua "tormentata" storia d'amore), il film ripercorre la nascita, la vita (breve) e la morte (prematura) del gruppo inglese. Bello, essenziale ed esaustivo, il film evita benissimo tutte le trappole del caso (retorica, voyeurismo, fanatismo).
Il documentario è stato preceduto - chicca della serata - da alcuni agghiaccianti videoclip di gruppi della cosiddetta freak scene di San Francisco nei primissimi anni '80 realizzati da Graeme Whifler: se non avete mai visto Third Reich And Roll dei Residents, non avete la minima idea della follia dei personaggi. Notevole il clip Jinx dei Tuxedomoon, anche se il vertice allucinatorio viene raggiunto da Songs for Swinging Larvae, dei Renaldo & The Loaf: uno Shining amatoriale (una mamma mezza matta vestita di rosso in una cucina rossa che versa un liquido rosso dappertutto sui fornelli mentre il suo bimbo piange - camera dal basso per il bimbo e in soggettiva rotante per la mamma) che si trasforma via via in un corto lynchiano, dove un barbone-pellerossa attrae il bimbo scappato dalla cucina (bella la scena della corsa virata in blu) e lo porta in una specie di caverna, gli impiastriccia i capelli con un qualcosa di colloso e scuro e gli prepara una colazione con un'anguilla frullata: pasto freakissimo per stomaci durissimi.
Tornando agli anni 2000, il film di Aj Schnack Kurt Cobain. About a son è costruito attorno ad alcuni estratti di due lunghissime interviste concesse al giornalista Michael Azerrad tra il 1992 e il 1993. Le immagini dei luoghi Cobainiani (Aberdeen, Olympia, Seattle) - di una lentezza elephantiaca e a volte un po' stereotipate (quant'è blu e verde e freddo il nordovest degli States - di nuovo Van Sant, dentro e fuori l'Ohio) fanno da colonna visiva, da commento alla voce di Kurt Cobain che, rispondendo alle poche e brevi domande che gli vengono poste, inscena un quasi-monologo piuttosto sincero e interessante. Il film ha anche una "vera" colonna sonora che traccia la storia delle influenze musicali di Cobain (soggetto a cui è dedicata buona parte delle interviste). Qui una recensione.
Il festival si è chiuso con l'anteprima di un film girato nel 2004 ma che uscirà solo ad ottobre prossimo e che ha vinto il Grand Prix al festival di Belfort, Violent Days, una sorta di docu-fiction sul milieu rockabilly francese che - incredibilmente - sembra esistere. Buone le intenzioni, ma il risultato mi è sembrato confuso, pretenzioso e arty.

E per finire degnamente, un concerto dei The Magnetix, un misto tra i White Stripes e gli Hives col cantante che sembra il fratello di Federico Fiumani: molto scazzoni ma assolutamente roccherrollissimi.
PS: a proposito di roccherroll... voi che potete, non perdetevi la prima LebowskiFest italiana...
scritto da
arcomanno
alle
15:40
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tags: cinema, concerti, documentari, mi tube es tu tube, suoni, visioni
5 febbraio 2008
One + One
Nel dibattito seguito al film, un giovane prof di filosofia ha tentato di spiegarci come l'accostamento godardiano degli Stones che provano "Sympathy for the devil" al teatrino in cui si muovono, tra gli altri, le Black Panthers (l'uno + uno del titolo) sia da intendersi più come un raffronto che come una somma. In altre parole, secondo questa tesi Godard avrebbe contrapposto la violenza "spettacolare" degli Stones a quella "reale" delle Pantere Nere, la ribellione fittizia e di posa del gruppo rock costruito dal marketing alla ribellione reale e materiale dei Neri d'America.
Non mi dilungherò sulla dimostrazione e sulla validità di questa teoria (che mi è parsa comunque piuttosto convincente) ma noterò al volo 4 cose relativamente alla metà "stoniana" del film:
1) Brian Jones era già pronto per la spintarella in piscina: confinato tra i pannelli divisori dello studio di registrazione (Godard lo riprende molto spesso di spalle) a suonare una chitarra acustica di accompagnamento tanto inutile quanto inaudibile;
2) la svolta, nell'arrangiamento, arriva con l'idea geniale di sostituire con le percussioni una batteria imbarazzante (il mitico metronoman non era esattamente un jazzista) e con il pianoforte un organo pomposo e barocco: a quel punto parte davvero il sabba demoniaco (e il film fa percepire benissimo questo passaggio);
2) la svolta, nell'arrangiamento, arriva con l'idea geniale di sostituire con le percussioni una batteria imbarazzante (il mitico metronoman non era esattamente un jazzista) e con il pianoforte un organo pomposo e barocco: a quel punto parte davvero il sabba demoniaco (e il film fa percepire benissimo questo passaggio);
3) Quando il bassista ufficiale del gruppo viene messo a suonare le maracas e il giro di basso (uno dei più possenti della storia degli Stones) viene suonato dal chitarrista, vuol dire che costui è quello che conta davvero (insieme al tipetto che canta: i glimmer twins, appunto).
4) Nicky Hopkins non era solo un session-man, ma una costola degli Stones: impossibile pensare Exile on main street senza di lui.
4) Nicky Hopkins non era solo un session-man, ma una costola degli Stones: impossibile pensare Exile on main street senza di lui.
scritto da
arcomanno
alle
10:34
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tags: cinema, documentari, godard, méliès, montreuil, rolling stones, suoni, visioni
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