18 febbraio 2011

Rivolte nel mondo arabo. La nostra arroganza colonialista

Le interpretazioni francesi delle rivolte popolari nel mondo arabo sono buoni indicatori di come noi percepiamo questo stesso mondo. Mentre l’Europa si avvita sul suo pessimismo, lamentandosi della sua crisi, popoli sottomessi al giogo di tiranni rialzano la testa e si battono per la libertà.
Un’occasione per dare un po’ di coraggio, scuotere la nostra apatia e impegnarci nella lotta per una società più giusta e meno «aristocratica».

Un inatteso «choc delle civiltà»
Intorpidita dal benessere e alienata dallo spettro della disoccupazione, la Francia della Rivoluzione francese osserva forse la rivoluzione nei paesi arabi con invidia, mentre la sua élite politica e alcuni dei suoi intellettuali temono questi sconvolgimenti e li commentano seguendo griglie di lettura di altri tempi, ereditate dal colonialismo. Si chiedono come mai gli antichi colonizzati sono capaci di ribellarsi, questi «ritardati della civiltà», questi «islamici-terroristi» obnubilati dalla loro religione «retrograda». Le donne che in occidente volevamo liberare levando loro il velo, stanno portando avanti la rivolta – con o senza velo –, a fianco degli uomini, su un piano di uguaglianza, laggiù nelle pubbliche piazze.

Per di più, questi «emarginati» della modernità hanno fatto la loro rivoluzione attraverso i mezzi tecnologici più sofisticati, mentre noi li utilizziamo la maggior parte del tempo per dire al mondo che stiamo facendo una passeggiata o che stiamo festeggiando un compleanno… È proprio questo il vero senso dello «choc delle civiltà»[1], il nostro rincorrere i grandi entusiasmi, le grandi cause suscettibili di cambiare la nostra società. Prigionieri del nostro conservatorismo, siamo costretti a confrontarci con un’esplosione positiva che si è data come obiettivo la destituzione dei tiranni e degli sfruttatori immorali e disonesti.

L’islam come griglia di lettura
Noi abbiamo letto gli eventi attraverso la lente d’ingrandimento dell’islamismo, nemico della modernità e dell’Occidente. Certo queste tendenze esistono all’interno dell’islam e non sono estranee al mondo arabo, il quale è tuttavia multiforme e irriducibile allo schema che noi imponiamo sia all’islam in Occidente che all’islam nel mondo arabo. L’Iran è diventato il centro di ogni nostra riflessione che viene applicata a tutto ciò che si muove nel Mediterraneo musulmano.

In pratica, noi abbiamo trattato questi paesi in ebollizione con l’arroganza ereditata dal colonialismo, dimenticando persino che questi stessi popoli si erano già rivoltati contro lo stesso colonialismo e avevano ottenuto l’indipendenza a prezzo di grandi lotte. Non è la prima volta che prendono il proprio destino in mano come dei veri adulti, non come bambini. La diplomazia preferisce la stabilità all’ignoto. Tuttavia è nell’ignoto che risiede l’avvenire di queste società che aspirano ai diritti universali, non soltanto prerogativa dell’Illuminismo ma bene comune dell’umanità.

Lo spauracchio degli islamisti non basta più a farli arretrare. E se i movimenti di obbedienza islamica si posizionano sullo scacchiere politico e arrivano al potere attraverso un processo democratico, l’Occidente non potrà intervenire per fermarli. La Turchia è governata da una specie di «democrazia musulmana» e nonostante ciò il paese conosce una crescita economica da far impallidire l’Europa, senza perdere il suo dinamismo, la sua creatività e la sua inventiva. Qualcuno potrebbe sostenere che l’emergenza di una «democrazia cristiana» in Europa sarebbe anch’essa un assalto contro le libertà, mentre le destre estreme razziste, islamofobe e populiste insidiano il potere? Ovviamente no. Ma come riuscire a spiegarlo?

Islam, Israele e rivolte in territorio arabo.
Le Point del 3 febbraio e L’Express del 9 rispondono attraverso la loro copertina. Da un lato, una donna velata musulmana, con il titolo «Lo spettro islamico». Dall’altro, una giovane soldatessa israeliana in procinto di indossare il suo elmetto con il titolo «Israele di fronte al risveglio arabo».
La simbologia è chiara: da una parte l’islam retrogrado, dall’altra Israele, moderno e alleato dell’Occidente. Il paragone, non fortuito, ossessiona le menti di molti intellettuali dall’ideologia acrobatica. Secondo il loro avviso (e quello di alcuni «esperti», la maggior parte dei quali conoscono pochissimo la regione), le rivolte nel mondo arabo sfoceranno necessariamente nell’islamismo, cosa che metterebbe in pericolo Israele. Iran, Hamas, Hezbollah, Tunisia, Egitto, sono la stessa cosa. Se l’Olanda non è uguale alla Francia, perché l’Egitto deve assomigliare all’Iran e la Tunisia al Libano?

Alle prossime elezioni, in mancanza di reali programmi politici, qualche partito agiterà il drappo verde dell’islam. Ma sì: perché perdere tempo a sostenere ciò che accade in questo Mediterraneo che ci è così vicino e che, democratizzandosi, si avvicinerà ancor di più ai paesi occidentali per ricostruire in un vero mare nostrum, un insieme di partner democratici e non corrotti?

L’altra paura è che gli islamici al potere mettano Israele in pericolo. Ma si pensa davvero che da un giorno all’altro questi paesi cesseranno le loro relazioni con Israele? Che Israele è solo, fragile e senza difese nella regione? Che l’equilibrio geopolitico verrebbe sconvolto da un giorno all’altro da una democrazia che rimpiazza una tirannide? E che saranno sicuramente (inevitabile fatalismo) gli islamisti, come in Iran, a prendere il potere? Eccoci ancora una volta nelle maglie della rete dove si aggrovigliano islamismo, conflitto israelo-palestinese, eredità coloniale, rifiuto dell’islam e arroganza occidentale.

Le visite pagate dal principe arabo
Anche le visite a spese di questi principi corrotti, effettuate dal nostro Primo ministro e dal nostro ministro degli Affari esteri, ricordano altri tempi, quando ci si andava a servire «laggiù», in cambio del sostegno quantomeno «morale» di despoti locali o regionali poco raccomandabili. Lo stesso ambasciatore francese in Tunisia si è rivelato incapace di guardare con obiettività alla rivolta che si svolgeva sotto le sue finestre, accecato dalla sua visione delle cose: la stabilità (desiderata) del regime di Ben Ali. La stabilità e i dirigenti con i quali sappiamo parlare così bene, sono decisamente più importanti per la nostra élite politica della libertà dei popoli arabi, della quale non sanno che farsene.

A quando una rivoluzione della nostra mentalità per riuscire a vedere al di là del nostro naso e progredire? Sì, abbiamo proprio bisogno di uno «choc» per scuoterci profondamente e risvegliare le nostre società addormentate.

Esther Benbassa insegna Storia dell'Ebraismo moderno all'EPHE ed è Direttrice del «Centre Alberto-Benveniste d’études sépharades et d’histoire socioculturelle des Juifs». L'originale dell'articolo è qui: http://www.rue89.com/passage-benbassa/2011/02/11/revoltes-dans-le-monde-arabe-notre-arrogance-colonialiste-189970

[1] Il riferimento è alla teoria dello «scontro delle civiltà» di Huntington. Il testo gioca sul doppio senso di «choc» in francese («scontro» e «scossa»).

4 commenti:

Sognando Parigi ha detto...

Complimenti per l'articolo..mi ha colpita molto..

arco ha detto...

No, seriamente, evitate di commentare a cazzo giusto per spammare l'ennesimo e inutile sito di servizi su Parigi. E poi questo blog lo leggono in venti, se va bene, e li conosco tutti personalmente: nessuno di loro cliccherà mai nulla sui vostri pseudoblog. Dunque, fatemi il favore e smettetela, che mi fa fatica anche bannarvi e cancellare i commenti.
Grazie.

Colonnello Kurtz ha detto...

Molto interessante, Arco. Grazie per la traduzione.

Un giorno mi piacerebbe sapere cosa pensi del rapporto dei francesi con la religione islamica e gli immigrati islamici. Magari ne possiamo parlare di persona prossimamente.

arco ha detto...

Sì, ne parliamo di persona: il tema è un "vaste programme", come diceva quell'altro.