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19 gennaio 2012

Hugo Cabret: l'omaggio di Scorsese a Georges Méliès

La tomba di George Méliès al Père Lachaise
Ha tanti difetti l'ultimo Scorsese: una Parigi molto cartolinata, tra Ratatouille e Amélie, i buoni sentimenti a profusione, il soggetto liso del classico film di natale, le scene tiralacrime, qualche effetto speciale troppo chiassoso.

Eppure l'omaggio a Georges Méliès (nel film un preciso Ben Kingsley) è davvero sentito, commosso e commovente, e alla fine produce una bella fiaba per bambini (e non solo), con una piacevole atmosfera steampunk e alcune sequenze memorabili, come quella che apre il film o quella del sogno che rievoca lo spettacolare incidente ferroviario della Gare Montparnasse. Molto bello, anche se un po' didascalico, il ripasso di storia del cinema nella Bibliothèque Sainte-Geneviève (spacciata per una fantomatica biblioteca di un'ancor più fantomatica Accademia del Cinema).

Ma la parte migliore del film – e quella più scorsesiana: che si tratti di (italo)americani, di blues o di cinema, alla fine c'è sempre la tentazione del ritorno alle radici – è indubbiamente la ricostruzione delle riprese sul set della Star Film, con i draghi meccanici, gli scheletri, i trucchi di montaggio: un'ode al cinema e alla meraviglia che produce. 

3 marzo 2010

Il mio eroe è un ladro di polli (due recensioni al prezzo di una).

All'inizio ti chiedi, dubbioso: ma ha davvero intenzione di riempire un'ora e mezza con questi buffi pupazzetti? Dopo qualche minuto, tuttavia, il film si mette in moto e da lì in poi è tutto in discesa. Trovate intelligenti, colpi di scena, corse contro il tempo: avendo tutti gli ingredienti per fare un buon film, la maestria di Anderson riesce a sprigionare la bellezza di un cinema artigianale, ancora in grado di creare meraviglia e stupore: in poche parole, una vera goduria, divertentissimo e a tratti commovente, come in una delle scene più belli del film, quando Mr. Fox incontra il lupo, la peggiore delle sue fobie.
Attraverso le avventure di questa comunità di animali, Anderson tratteggia un apologo ironico e gentile - che non manca tuttavia di forza - sulla natura e sulla società.

Stupore e meraviglia che mancano totalmente, invece, in Shutter Island. Due ore e venti di elucubrazioni psicologiche che girano attorno a se stesse per sfociare ancora - nel 2010, wow! - sul più che abusato meccanismo della linea sottile tra realtà e finzione, tra pazzia e sanità mentale. Ma stiamo scherzando? 140 minuti? Scorsese magniloqueggia sempre di più, deborda, strafa, urla attraverso una colonna sonora tanto ricercata (Ligeti, Cage, Penderecki) quanto didascalica e pedestre, cercando sempre l'effettaccio, come se Hitchock non fosse mai esistito, come se Truffaut non glie l'avesse mai chiesto - a scanso di equivoci - che cos'è la suspense, e come se lui non avesse mai risposto.
Per 140 minuti, Scorsese ti fa: "Bu!", ma il thriller è talmente telefonato e prevedibile che non c'è proprio verso di spaventarsi, né di appassionarsi a un enigma la cui soluzione è perfettamente chiara dopo 20 minuti. Il film scorre piatto, lento e banale, senza un guizzo, senza un'emozione. Certo, il marcio di questo polpettone è nel manico, e Scorsese rimane comunque un maestro: qualche movimento di macchina magistrale non manca, qualche inquadratura notevole, qua e là, c'è. Ma è tutto, e decisamente non basta. Di Caprio, con l'espressione rimasta sintonizzata sul "matto" Howard Hughes, ci prova ogni tanto, ma non c'è niente da fare. A mezz'ora dalla fine, il "giallo" viene svelato (ohhhh!). E tu dici: e mo'? Ci sarà sicuro un colpo di scena! Ma Scorsese abusa ancora della tua pazienza e si permette pure una mezz'ora di inutile spiegazione in flashback - roba che Ellery Queen che raccontava a tutti com'erano andate le cose nel salotto buono, al confronto, è cinema sperimentale - chiudendo così degnamente il peggiore dei suoi film.